A Fiuggi l’assemblea regionale di Azione Cattolica: la giusta strada per essere Chiesa oggi

Ritrovarsi, condividere, passare del tempo di qualità con fratelli e sorelle di tutto il Lazio. Questo è stata l’assemblea regionale di Azione Cattolica, organizzata presso l’Hotel Villa Lina di Fiuggi, il 28 febbraio e il 1° marzo. Due giorni di riflessioni, preghiera e anche di tempi lenti, pensati per viversi senza dover correre dietro a scadenze per attività o riunioni. Con questo spirito i membri dei consigli diocesani delle diocesi del Lazio, hanno dato vita all’assemblea, appuntamento annuale che apre all’ultimo anno del triennio associativo 2024-2027. Il sabato mattina, dopo la preghiera iniziale curata dall’assistente unitario don Nello Crescenzi, si parte con le introduzioni della delegata regionale Caterina Castagnacci. Nel suo discorso ha toccato molti temi della vita associativa, sottolineando la bellezza di vivere l’Ac come una famiglia, nei momenti belli e in quelli più faticosi. Segue l’intervento di Francesco Adamo, membro di equipe nazionale del Movimento Studenti di Ac, e riferimento per il Lazio, che ha raccontato il lavoro fatto in questi mesi per la nascita dei circoli Msac nelle nostre diocesi, ad oggi ben quattro in formazione. La mattinata si conclude con una lettera della Fondazione “Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI” in vista della prossima assemblea dei soci di giugno 2026, invitando le diocesi ad aderire per dare ancora più valore alle testimonianze delle figure di santità vissute nei loro territori. Il pomeriggio si è aperto con Maria Rosaria Soldi, membro dell’Area della promozione associativa, che ci ha aiutato a leggere con le giuste lenti l’andamento dei flussi di adesione alle nostre associazioni, fornendo numerosi spunti ai presidenti diocesani. Grazie al loro contributo come osservatori privilegiati dei loro territori, è nata una discussione ricca e molto aderente ai cambiamenti delle comunità cristiane che l’Ac (e non solo) sta attraversando. Nei laboratori del pomeriggio, spazio alla creatività dei partecipanti, chiamati a pensare all’Ac come a un cantiere aperto: quali sono le fondamenta della nostra associazione? Quali i punti di forza, le fragilità e le proposte per proseguire nel suo percorso? Nel costruire fisicamente un percorso, i gruppi hanno dato vita a una discussione accalorata e sincera sullo stato dell’Ac nelle diocesi, suggerendo alcuni punti a cui porre attenzione e da migliorare. A lavori conclusi, visto che l’obiettivo dell’assemblea era anche quello di vivere un tempo leggero, quale modo migliore che vedere insieme la finale del festival di Sanremo, anche se il nostro (per sempre) Sì lo diciamo ogni anno. La domenica si è aperta con la celebrazione eucaristica, occasione per rimettere al centro la nostra fede in un momento delicatissimo e di grande preoccupazione viste le notizie che ci arrivavano dal Medio Oriente. Ma il confronto con Gesù trasfigurato ci deve aiutare a riconoscere che nella vita anche se il male è tanto passerà, il bene, anche se poco, resterà. Nei successivi laboratori è stata data voce ai singoli settori condividendo, oltre alle attività svolte, anche come i responsabili stanno vivendo il loro servizio in rapporto alla loro vita personale, un aspetto delicato ma fondamentale per tutti. Non sono mancate riflessioni anche in vista del prossimo anno in cui verranno rinnovati gli incarichi diocesani e regionali. Infine, abbiamo accolto con gioia la visita di monsignor Santo Marcianò, vescovo delle diocesi di Anagni- Alatri e di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nel suo saluto ha fortemente incoraggiato l’Ac, riconoscendo nei suoi tratti distintivi la giusta strada per essere Chiesa oggi. di Angelo De Santis, incaricato giovani di Ac per la regione Lazio Questo articolo è tratto da Avvenire Lazio Sette di domenica 8 marzo 2026
Bungee jumping: i giovani di Ac “saltano” le paure per affrontare la vita

La sera del 7 febbraio 2026 si è tenuta ad Acuto, presso la chiesa di Santa Maria Assunta, la seconda edizione del passaggio della “Coppa AC”. L’incontro ha coinvolto gli adolescenti della Diocesi di Anagni-Alatri: giovani provenienti da Acuto, Alatri, Anagni, Fiuggi, Fumone e Piglio. Intorno alle 18:30 eravamo tutti in chiesa. Dopo i saluti e dopo aver preso posto nei banchi, gli educatori ci hanno presentato l’attività da svolgere, dedicata alle paure. Quali paure siamo pronti a lasciare indietro? Guidati dagli educatori, siamo stati invitati a scrivere su un bigliettino una paura che sentiamo dentro e che vorremmo lasciare indietro. Una volta riconosciuto e scritto il timore, ci si alzava in piedi e si cominciava a camminare per la navata. Quando ce la sentivamo, lasciavamo cadere il biglietto a terra, come segno del desiderio di non farci più bloccare da quella paura. Alzarsi, camminare e lasciare andare Dopo aver lasciato cadere i biglietti, ci siamo confrontati insieme. Nessuno ha detto ad alta voce la propria paura, ma ci è stato chiesto di dare un consiglio ad una persona che avesse il nostro stesso timore. In questo modo, senza accorgercene, abbiamo parlato anche a noi stessi. È emerso che spesso sappiamo incoraggiare gli altri meglio di quanto riusciamo a fare con noi stessi. La parte più complicata arriva quando bisogna mettere in pratica il consiglio. Si inizia da piccoli gesti: ricordare le parole che abbiamo detto, provarle su noi stessi (con determinazione), accettare di chiedere aiuto, cercare un confronto costruttivo e avere coraggio. Un consiglio diventa reale quando smette di essere tale e si trasforma in una scelta. Le paure non spariscono da sole, ma possono essere affrontate un passo alla volta con il sostegno altrui e con la guida di Dio. Questo momento è stato accompagnato dal passo del Vangelo di Matteo (19,1629), quello del “giovane ricco”. Anche lui si avvicina a Gesù con una domanda importante: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». È un giovane che ha fatto “tutto nel modo giusto”, ma quando Gesù gli chiede di lasciare ciò a cui è più legato, se ne va triste. Quel giovane non è lontano da noi. Le sue ricchezze non sono solo materiali: possono essere sicurezze, abitudini, aspettative o paure che ci tengono fermi. Come lui, anche noi spesso vorremmo seguire davvero Gesù, ma facciamo fatica a lasciare ciò che ci rassicura, anche quando ci pesa. Il Vangelo ci ricorda che ciò che sembra impossibile agli uomini è possibile a Dio. Lasciare cadere quel biglietto è stato un primo gesto di fiducia. Una volta terminata l’attività, è avvenuto lo scambio della “Coppa AC”, cioè della coppa vinta dalla squadra vincitrice del Campo Scuola diocesano della scorsa estate. I ragazzi di Fiuggi, sulle note di “We Are the Champions”, hanno passato la coppa ai giovani di Anagni. Applausi, abbracci, foto di gruppo e poi tutti a cena in una delle sale dell’oratorio di Acuto. Come ogni attività che si rispetti, mi ha segnato dentro. Non ha cancellato le mie paure ma mi ha insegnato a guardarle senza scappare. Quelle dell’AC Giovani sono delle esperienze che ti fanno crescere, e in quanto tali, vanno vissute appieno. Il vice presidente AC Giovani ha concluso con queste parole: «Ognuno di voi, crescendo, prenderà coscienza delle proprie paure e spero che abbiate poi la forza di usarle per affrontare la vita. L’incontro si chiamava proprio “Bungee jumping” perché è la paura che ti fa saltare; è quando ti senti tremare che capisci di star vivendo davvero. Usate queste paure per saltare, per fare qualcosa, per non restare su quel ponte e vederlo poi da sotto, da una nuova prospettiva. Azzardate, rischiate, piangete, soffrite e poi superate tutto, che siete forti. Con la certezza di avere accanto un amico, Gesù»……. Grazie hai proprio ragione! di Chiara Cataldi
Il messaggio del vescovo Santo al convegno “Amare non fa male!”: «L’uomo è creato dall’Amore, con Amore, per Amore»

Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri Messaggio convegno (pdf) Carissimi,nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio salutoal convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: laviolenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e alquale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco ladimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosache sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimentodell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogantra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lostesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermareche «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essereincomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se nons’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipavivamente».Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitarecomportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umanouna persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è lapossibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educareall’amore è educare all’umano!Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, cene rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea diuomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce econdivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata eintegrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà cheè anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzionedell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministeronelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nellaLettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazionedi Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, suogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere erimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ognivocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificatie ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionaledell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voil’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire unprofondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendodalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto diamore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e daun’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazionedella persona?»Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale ladimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamentiegoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere diabuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amorenon solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi benema “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Vegliadi Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permetteall’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.A tutti, buon lavoro!
“Amare non fa male – Educare all’amore vero”: il convegno di Ac

Si è tenuto venerdì 13 febbraio, il giorno prima della festa di San Valentino, il convegno sull’affettività promosso dall’Azione Cattolica della Diocesi di Anagni-Alatri. Un convegno fortemente voluto dal Settore Adulti e l’Area Famiglia e Vita, che si inserisce nella programmazione annuale dell’AC in collaborazione con la pastorale diocesana per accompagnare nella formazione e nella spiritualità i propri aderenti e simpatizzanti. Nel discorso di apertura la Presidente Concetta Coppotelli ha ricordato come negli ultimi anni l’Azione Cattolica abbia organizzato appositi convegni aperti a tutti, compresa la società civile, la scuola e la politica, ponendo l’attenzione su diverse tematiche: l’eutanasia, l’intelligenza artificiale, la partecipazione e quest’anno l’Amare. Un convegno per riflettere insieme sul tema dell’affettività e delle relazioni autentiche, consapevoli delle fragilità e delle difficoltà che i giovani incontrano nelle loro vite. Il tema dell’educazione all’amare è oggi molto sentito, ci interpella quotidianamente e riguarda la quasi totalità delle fasce di età. L’Azione Cattolica opera costantemente nella formazione a tutto campo nelle parrocchie e nella diocesi, e quest’anno tramite la coppia cooptata diocesana ha posto l’attenzione proprio sul tema dell’educare all’amore vero. L’Arcivescovo Santo Marcianò ha fatto pervenire un suo messaggio a tutti i presenti sull’importanza di imparare ad amare sottolineando quanto “imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere, rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitare comportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umano una persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è la possibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. […] nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi bene ma “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Veglia di Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!” Qui l’intervento completo del Vescovo: Marco Vari e Rossella Salvatori, coppia di sposi di AC che collabora nella pastorale per la famiglia, hanno introdotto con queste parole: “Come adulti impegnati nell’Azione Cattolica, il nostro obiettivo è duplice: da una parte comprendere come accompagnare i giovani nella costruzione di relazioni sane e rispettose; dall’altra, promuovere una cultura dell’amore autentico, capace di unire attenzione alla persona, prevenzione del disagio e responsabilità educativa. Desideriamo essere custodi di fiducia, testimoni coerenti e guide sensibili per le nuove generazioni, perché l’amore autentico non fa male, ma cresce, sostiene e trasforma. […] l’amore autentico non ferisce, non manipola, non domina, ma custodisce, accompagna e fa crescere.” Il convegno è stato animato dall’intervento di relatori qualificati e ricchi di esperienza, appartenenti all’Associazione “La Caramella Buona” e alla Pastorale diocesana della famiglia. Il Dott. Roberto Mirabile, presidente e fondatore, ha parlato della Onlus nata nel 1997 a Reggio Emilia spiegando come essa si spenda contro gli abusi e la tutela dei minori, fornendo assistenza legale, case di accoglienza per donne e bambini in fuga da situazione di violenza, formazione professionale sulla prevenzione e gestione di casi di abuso, sensibilizzazione culturale specie nelle scuole anche per dare voce alle vittime. Per il Dott. Mirabile il convegno ha rappresentato un’occasione di sensibilizzazione in sinergia con la chiesa e altre associazioni che si occupano di tutelare la famiglia e il matrimonio. Ha ricordato come il ruolo sociale dei bambini sia radicalmente cambiato nella storia: da “contenitori vuoti e senza diritti da riempire da parte dell’adulto” – situazione che ancora persiste in alcune parti del mondo attraverso pratiche di schiavitù, bambine spose, infibulazone – alla rivoluzione del Cristianesimo, di come Gesù abbia messo i più piccoli al primo posto, come il bambino sia “proprietà di nessuno perché è figlio di Dio” e, citando il Vangelo di Matteo con riferimento alla giustizia divina, che “chi scandalizza uno solo di questi piccoli sarebbe meglio gli fosse appesa una macina al collo e fosse gettato negli abissi del mare”. Ha poi evidenziato come una società sana sia fatta di adulti che sono stati bambini sani, ecco perché occorre prendersi cura dei piccoli sempre di più. Riferendosi alle finalità della Onlus, ha sottolineato la dedizione alla salvaguardia dei sopravvissuti alle violenze, in particolare attraverso il lavoro di un team di avvocati specialisti che li accompagna nelle aule di tribunale. “Il risultato più bello – dichiara – è il sorriso che torna sul volto delle vittime, aiutare a recuperare la fiducia in sé stessi, negli altri, nella vita, tutte queste cose sono la soddisfazione più grande al di là della punizione del colpevole: può esserci difficoltà ad avere giustizia, ma è più importante che venga fuori sempre la verità”. Non secondaria è poi l’attività di formazione e informazione svolta in favore degli studenti contro le “relazioni tossiche” e le manipolazioni affettive: “se non hai rispetto, di che amore vuoi parlare?” Ha chiuso il suo intervento ricordando delle proposte di legge presentate al Consiglio dei Ministri che troppo spesso ricevono tante promesse e pochi fatti. Nonostante questo, ha voluto esprimere la certezza che “occorre agire in sinergia per costruire un futuro di bellezza”. La Dott.ssa Anna Maria Pilozzi, Vice Presidente e Capo Ufficio Stampa de “La Caramella Buona”, responsabile della sede di Acuto, ha concentrato il suo intervento sul concetto che “l’amore non si insegna a parole, ma con l’esempio”. Esempio che i giovani di oggi non sperimentano stando per strada e che un tempo era più facile ricevere all’interno di oratori animati da sacerdoti e religiose che accoglievano i ragazzi dando insegnamenti con gesti amorevoli più che con le parole (ricorda la sua esperienza in AC e con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo, in particolare la figura di Suor Assunta Pasqua). L’amore si sperimenta ancora prima all’interno della propria famiglia, anche con esempi di accoglienza e attenzione ai più bisognosi perché “nascere in un contesto sano è una grazia da portare a chi non ce l’ha”. Ha parlato poi della casa di accoglienza per donne vittime di violenze presente ad Acuto e di come l’Associazione non apra solamente le porte delle loro sedi, ma anche quelle dei cuori dei volontari
In tanti alla Marcia della Pace interdiocesana di Azione Cattolica

Sabato 31 gennaio, ore 14.30 ad Alatri, in Piazza Santa Maria Maggiore, il silenzio del dopo pranzo prevale su qualche motore che sporadicamente attraversa la piazza. Alle 15 cominciano a risuonare le voci dei primi arrivati, convocati dall’Azione Cattolica per la consueta Marcia della pace, che la nostra diocesi organizza a conclusione del mese della pace da oltre 35 anni. Sono bastati pochi minuti per vedere la piazza gremita di bambini, ragazzi, giovani e adulti, provenienti dalle diocesi di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino che, insieme, con questa iniziativa hanno voluto dare voce al messaggio di pace che Papa Leone XIV ha lasciato al mondo il primo gennaio del 2026 e che le presidenze di Azione Cattolica hanno raccolto e a loro volta, consegnato a tutti i partecipanti. Una pace disarmata e disarmante, chiede il Santo Padre. Quella pace che dagli arrivi ai saluti finali, abbiamo potuto assaporare nei sorrisi dei bambini che, durante il corteo, gridavano di volere la pace; quella pace che abbiamo visto negli abbracci e nelle pacche sulle spalle che i giovani si scambiavano con semplicità scherzosa; quella pace che gli adulti hanno trasmesso accogliendo le differenze e le unicità di ciascuno, condannando la violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti che, nel mondo adulto, tendono a portare divisione e violenza, soprattutto a danno dei più piccoli. I saluti del sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca, che ha elogiato l’iniziativa, accogliendola con gioia e che ha chiesto soprattutto ai giovani di impegnarsi a vivere per un mondo in pace; il saluto del parroco di Alatri, don Walter Martiello e degli assistenti Ac don Rosario Vitagliano e don Giovanni Ferrarelli, che hanno consegnato ai partecipanti il saluto del nostro Vescovo Santo Marcianò, impossibilitato ad essere presente, ma con il pensiero rivolto a tutta la piazza; il saluto dei presidenti di entrambe le diocesi Concetta Coppotelli e Giovanni Vasta, che hanno unito le due realtà associative per vivere insieme questo importante richiamo alla pace. Significativa, la presenza dei parroci don Pierluigi Nardi, don Antonio Castagnacci, Padre Efrain Mora Garcia e naturalmente don Walter a sostegno delle rispettive associazioni parrocchiali; una presenza che ha mostrato quanto sia importante la collaborazione, l’accompagnamento e l’amicizia tra laici e parroci, per lavorare per il regno di Dio. Un gesto condiviso da tante persone, che hanno acquistato la spilla della pace con lo scopo di fare del bene a qualcuno. Dopo i saluti, la divisione in settori Adulti, Giovani, ACR per lo svolgimento delle attività propedeutiche alla marcia e infine il corteo: un fiume di persone, tanti striscioni, cartelloni e slogan gridati. Un corteo colorato, rumoroso che urlava e pregava la pace. Una marcia partecipata, che parlava di unione, di condivisione, di fratellanza e di vita. Si, la marcia era viva! E Dio ci accompagnava, come sempre! Un’emozione unica vedere diverse generazioni insieme, unite, con lo stesso desiderio di dire no alla violenza e di dire sì all’ascolto e al rispetto, dell’uomo e del creato. Uno spazio importante, come detto, è stato dedicato alla vendita del gadget pensato dall’Azione Cattolica Nazionale per il mese della Pace 2026, la spilla della pace, il cui ricavato sarà destinato ad aiutare la Terra Santa, martoriata dalla guerra. La marcia,dopo aver percorso le vie di Alatri, si è conclusa con un momento di preghiera unitaria, presso la chiesa degli Scolopi, per ringraziare il Padre che ci ha voluti figli e dunque fratelli, in Cristo e che ci ha permesso di vivere un momento così significativo ed emozionante. La certezza che lui è sempre accanto a noi per farci sperimentare questa bellezza in ogni giorno della nostra vita, è ciò che ci guida ad essere suoi discepoli nel mondo in cui lui stesso ci ha pensati. di Giusy Secondino Vicepresidente adulti Presidenza Azione Cattolica diocesi Anagni-Alatri
Delegazione di Ac nel carcere di Frosinone, perché “l’uomo non è il suo errore”

Sabato 8 novembre, invitati da don Guido Mangiapelo e da don Onofrio Cannato, responsabili della Pastorale penitenziaria delle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, una rappresentanza dell’Azione Cattolica diocesana, guidata dai vice adulti e accompagnata dall’assistente diocesano don Rosario Vitagliano, ha incontrato, presso la Casa circondariale di Frosinone (nella foto) alcuni detenuti, in occasione del Giubileo a loro dedicato. Un incontro voluto per portare ai detenuti il messaggio di speranza che l’Anno Santo ci ricorda ogni giorno e che noi, laici di AC ma soprattutto cristiani, siamo chiamati a portare in ogni luogo, anche in carcere. Incertezza, dubbio, paura e sicuramente anche curiosità: queste le emozioni che hanno avvolto ciascuno di noi. Varcare le soglie del carcere, tra permessi, perquisizioni, metal detector, cancellate rumorose che si aprivano e chiudevano alle nostre spalle, ci ha da subito scossi. Non abbiamo pensato che i detenuti, con le loro azioni, avessero meritato quel luogo, ma abbiamo provato forte empatia verso di loro, per la perdita di un bene prezioso, quello della libertà. Perché a stare lì dentro, anche per poco tempo ti manca proprio la libertà. E, purtroppo, ce ne siamo resi conto dal vivo. In un primo momento ci ha accolto Pasquale, operatore Caritas e membro della pastorale penitenziaria. Un uomo che, con grande umiltà, dedica il suo tempo a farsi prossimo dei detenuti, in particolare di coloro che al di fuori del carcere non hanno una famiglia alle spalle o che ce l’hanno, ma che non ha “accettato” lo sbaglio dei loro familiari. Una frase che spiega la difficoltà di comprendere appieno la loro condizione è: “L’uomo non è il suo errore”. Ci ha spiegato poi che in carcere, i detenuti godono di vitto e alloggio e di niente altro. Se non hai una famiglia che da fuori ti sostiene, è possibile che tu non abbia neppure spazzolino e dentifricio per lavarti i denti, oppure un rasoio per raderti o un paio di calzini da indossare dentro le scarpe, le scarpe stesse e tanto altro. E allora Pasquale e i tanti altri volontari delle varie associazioni che collaborano con la pastorale penitenziaria, si occupano di procurare loro questi semplici oggetti, che tanto semplici non sono, perché sono le piccole cose che danno dignità all’uomo, come potersi vestire o come potersi lavare i denti. Verso le 11 incontriamo alcuni detenuti, li immaginavamo vestiti tutti uguali, con tute anonime, come nei film, invece erano lì, come noi e non era un film. Don Onofrio ha preso la parola parlando di Giubileo e del suo significato, partendo dalle origini storiche e arrivando a quello che per noi è oggi. Subito dopo, ci ha invitati a vedere un video, il cortometraggio “Il circo della farfalla”. Venti minuti circa, ma pieno di significato per tutta una vita: se hai qualcuno che crede in te, puoi fare l’impossibile. Ed è stato proprio sul messaggio del film che ci siamo confrontati con i detenuti. Divisi in gruppo, ci siamo presentati e abbiamo lasciato libero sfogo alle emozioni che il film ha suscitato. Ed ecco allora che Mario chiede se davvero esistono persone che sono disposte ad aiutarti anche dopo che hai commesso degli errori, perché lui non ci crede. Del resto, la sua famiglia lo ha abbandonato da quando ha commesso ‘lo sbaglio’. Ma in carcere ha imparato l’arte della sartoria, ora sa cucire, sa usare le macchine e il suo sogno è quello di aprire un laboratorio una volta uscito dal carcere. E allora Mario, chi ti ha insegnato a cucire, non è forse una di quelle persone che tu pensi non esistano? Incontri Paolo che ama cucinare e che cucina nel carcere e che vorrebbe insegnare ad altri; c’è Marian, costruttore, che ha il sogno di “raddrizzare” la sua ditta di costruzioni per realizzare opere concrete. Siamo andati per testimoniare che nonostante la mancanza della libertà e dei tanti errori che si possono fare nella vita, è sempre possibile rialzarsi, soprattutto se siamo aiutati, se sappiamo chiedere aiuto, e se siamo accolti per quello che siamo, anche per i nostri errori, esattamente come Dio fa con noi. Siamo andati per portare speranza e speranza ci è stata donata. I vice presidenti di AC Diocesi Anagni-Alatri
L’Azione Cattolica diocesana al cuore della comunità

Sabato 4 e domenica 5 ottobre 2025, presso il Centro Pastorale di Fiuggi, l’Azione Cattolica di Anagni-Alatri si è incontrata nel consueto appuntamento annuale dell’Assemblea Diocesana dal titolo “Al cuore della comunità: abitare il servizio, generare il bene”. Questa è stata l’occasione per vivere dei momenti di formazione e programmazione ma anche di confronto e riflessione sulla vita associativa, alla presenza anche della delegata regionale Caterina Castagnacci. In particolare, la prima giornata è iniziata con i saluti a tutti gli associati da parte della presidente Concetta Coppotelli che, presentando il Vangelo che guiderà l’anno associativo «Signore, è bello per noi essere qui» (Mt 17, 1-9), ricorda, come per i discepoli, quanto è bello per l’A.C. stare e camminare nel mondo insieme con il Signore, vivendo la realtà associativa, sognando, pensando, vivendo insieme per essere parte di un “antidoto straordinario contro la solitudine e la pigrizia”. E ancora, non si deve dimenticare l’importanza di “scendere dal monte” per immergersi con uno sguardo nuovo nella quotidianità. Serve accorgersi che il nostro vivere, pensare e progettare ha bisogno di impregnarsi in quell’esistenza verticale così cara a Pier Giorgio Frassati… «Verso l’Alto». Un dono da scoprire per tutte e tutti noi”. A seguire, i vice-presidenti dei settori hanno presentato i testi annuali suggerendo alle associazioni parrocchiali nuovi spunti ed idee da sviluppare all’interno delle singole realtà. Le attività poi, si sono concentrate su un momento formativo in gruppi di lavoro tematici. I tre gruppi, ciascuno con un simbolo e un focus specifico, hanno approfondito gli svariati aspetti della vita associativa e spirituale dei laici impegnati nella Chiesa e nel territorio. Il primo gruppo “Cacciatori di Speranza, la spiritualità laicale”, guidato da don Bruno Durante e Maria Letizia Fenicchia, ha esplorato il tema della spiritualità laicale. “Una spiritualità che non è al di sopra o separata dall’esistenza, ma che ne custodisce l’interezza permettendo di tenere insieme il vissuto delle persone ed evitando che ci sia una separazione fra le varie dimensioni della vita.” Durante il confronto, i partecipanti hanno condiviso esperienze personali, sottolineando che la spiritualità è innanzitutto ascolto della Parola di Dio, forza interiore e capacità di leggere la propria vita alla luce dello Spirito Santo. Don Bruno ha ricordato, inoltre, che vivere nel mondo e non secondo il mondo significa lasciarsi guidare dallo Spirito in ogni stato di vita, nel lavoro, nella parrocchia e nella diocesi. Lo slogan “Fedeli nel mondo, laici nella Chiesa”, scaturito dalla riflessione, ha sintetizzato l’identità spirituale dell’associato di Azione Cattolica e guardando al futuro sono emerse le proposte su cui lavorare per rafforzarla costantemente ovvero esercizi e weekend spirituali, incontri di discernimento sulla realtà contemporanea e momenti comunitari di fraternità. Il secondo gruppo, “Tessitori di Speranza, il legame associativo”, guidato da Caterina Castagnacci e Marilena Ciprani, ha posto al centro la cura delle relazioni come elemento essenziale della vita associativa. “La cura del legame associativo e le relazioni fraterne sentite come primaria responsabilità, vissuti nell’unitarietà e arricchiti dall’intergenerazionalità, con la consapevolezza che il contributo di tutti è importante a prescindere dall’incarico associativo o dall’esperienza.” Attraverso due domande – “Quando ci siamo sentiti parte viva dell’associazione?” e “Qual è il tessuto comune che ci unisce?” – i partecipanti hanno cercato di riconoscere il filo rosso che lega le singole esperienze personali all’interno dell’Azione Cattolica. Dal confronto sono emersi alcuni elementi condivisi che definiscono il senso di appartenenza e di corresponsabilità: la responsabilità, vissuta nel prendersi cura dei gruppi, nel guidare attività parrocchiali o nel ricoprire ruoli di coordinamento; la cura reciproca, che si manifesta tanto nel sostenere gli altri quanto nell’essere sostenuti nei momenti di difficoltà associativa; la collaborazione, non solo all’interno dell’Azione Cattolica ma anche con altre realtà ecclesiali e sociali, per costruire una comunità viva e accogliente; l’incontro, come momento di apertura e relazione che fa sentire accolti e parte di un progetto più grande; il dono del tempo, che diventa espressione concreta di impegno; la crescita personale, perché vivere nell’associazione significa conoscersi meglio, maturare nella fede e imparare a stare nel mondo con autenticità. Riflettendo sul futuro, il gruppo ha sottolineato l’importanza di continuare a essere testimoni, non solo attraverso i ruoli di responsabilità diretta, ma con la preghiera che sostiene, la presenza che incoraggia e l’impegno nel far crescere i più piccoli: come un filo che attraversa le generazioni, l’Azione Cattolica si rinnova ogni volta che un “semino di un bambino” cresce fino a diventare una “pianta vigorosa di un adulto”. Il terzo gruppo “Seminatori di speranza, il legame con la chiesa e il territorio”, guidato da Raniero Marucci, ha affrontato il tema del rapporto tra fede, comunità e territorio. “La cura per la propria comunità e il proprio territorio, per essere costruttori di alleanze “dentro e fuori” il mondo ecclesiale, e aiutare le associazioni locali a pensare la loro proposta formativa in chiave missionaria.” Essere seminatori di speranza significa restare presenti e attivi nei luoghi della vita quotidiana, con uno sguardo di fiducia e dialogo. La speranza, illuminata dalla fede, non è un semplice ottimismo, ma la certezza che nasce dal Cristo risorto: è la consapevolezza che la parola definitiva sulla nostra vita è l’amore del Padre. Per questo, seminare speranza vuol dire anche costruire sempre di più alleanze dentro e fuori la Chiesa, leggere i bisogni del territorio, sostenere le comunità in difficoltà e partecipare alla vita ecclesiale con spirito missionario. Dunque, le riflessioni emerse in Assemblea mostrano un’Azione Cattolica viva, consapevole e desiderosa di rinnovarsi. “Cacciatori”, “Tessitori” e “Seminatori” di Speranza non sono solo immagini evocative, ma espressioni concrete di un impegno condiviso: custodire la fede dentro la vita concreta, intrecciare relazioni e generare speranza nel mondo vivendo la propria spiritualità come presenza attiva, responsabile e missionaria nella Chiesa e nella società di oggi con il cuore, le mani e la mente sempre rivolti alla speranza. La prima giornata d’incontro si è conclusa con l’arrivo dell’arcivescovo Santo Marcianò il quale, accogliendo con entusiasmo l’invito dell’Azione Cattolica Diocesana, ha condiviso il momento dei Vespri del sabato e successivamente la cena comunitaria. Quest’ultimo
Tra il vescovo Santo e i giovani è subito feeling!

Il feeling tra l’arcivescovo Santo Marcianò e i giovani è nato subito, in maniera spontanea, naturale, con quel moto di simpatia connaturato nei ragazzi quando si sentono accolti e voluti bene, ma al contempo proprio degli adulti che non fanno del finto “giovanilismo”, fine a sé stesso, ma che le braccia le spalancano davvero, per accogliere, per incontrare, per dialogare. Così ha fatto il vescovo Santo nei primi incontri con i giovani – lui che con i ragazzi ha già avuto diverse esperienze pastorali, sia da vescovo in Calabria che con i giovani militari durante l’Ordinariato – e così hanno risposto i “nostri” ragazzi. Il primo abbraccio c’è stato il 21 settembre, giorno dell’ingresso ufficiale del vescovo Santo in diocesi, ad Anagni. E qui va riavvolto il nastro della cronaca: i giovani hanno atteso per un’ora sotto un sole settembrino che nulla aveva da invidiare a quello dell’ultimo ferragosto; pazienti sì, ma anche festosamente “indisciplinati” da un angolo all’altro di piazza Cavour per salutare gli amici che magari non vedevano da tempo o i vecchi compagni di scuola. E hanno colorato la piazza con le loro magliette: da quelle della Pastorale giovanile diocesana, una delle quali è stata donata anche a papa Leone durante il Giubileo dei giovani a Tor Vergata, a quelle dell’Azione Cattolica, da quelle degli “Amici di Madre Claudia” a quelle dell’Istituto scolastico Bonifacio VIII. E hanno avuto un concitato gran daffare anche per srotolare gli striscioni di benvenuto e sistemarli nei punti strategici, anche in alto, sotto il mega schermo della diretta tv di Tele Universo, perché tutti potessero vederli. Così i giovani hanno accolto l’arcivescovo Santo Marcianò, richiamando a gran voce, e anche con alcuni slogan tipici di Ac, l’attenzione del nuovo vescovo, che subito dopo il saluto alle autorità li ha raggiunti, a braccia aperte, salutandoli con gioia e scambiando due battute con don Luca Fanfarillo, responsabile della Pastorale giovanile diocesana, e alcuni degli educatori laici presenti. Ma la festa dei giovani non si è fermata qui, perché hanno voluto “scortare”, festanti e gioiosi, l’arcivescovo Marcianò anche verso il Municipio, fermandosi con lui per delle foto-ricordo sotto la scalinata, e poi ancora verso la Cattedrale. E nel corso dell’omelia, come già accaduto nella celebrazione eucaristica per l’ingresso nella diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, monsignor Santo Marcianò ha rivolto un pensiero particolare proprio ai ragazzi, a quelli di oggi sicuramente, ma anche a questi che saranno gli adulti e la Chiesa di domani: «Voi, miei giovani, saprete stupirci, come avete fatto nel Giubileo, e sarete artefici del mondo che assieme sogniamo. La Chiesa propone un umanesimo integrale e solidale, all’altezza del disegno di amore di Dio . Un programma meraviglioso: vogliamo provare a svolgerlo assieme? È difficile – ha chiosato l’arcivescovo – ma la Parola di Dio ci offre un altro binomio: fedeli in cose di poco conto – fedeli in cose importanti. Basta iniziare dal poco, con umiltà verso Dio e i fratelli». Domenica 28 settembre, giorno dell’ingresso ad Alatri, le scene di entusiasmo si sono ripetute, con striscioni e battimani ad accogliere il vescovo Santo, prima che questi salisse sulla mula. E il presule ancora una volta a salutarli da vicino, abbracciandone alcuni, chiedendo il nome ad altri. E l’apoteosi dell’entusiasmo è arrivata quando il vescovo, saluto sul palchetto per il benvenuto ufficiale da parte del Comune, ha perfettamente mimato il gesto del cuoricino con le mani, per dire che porta tutti indistintamente nel cuore, ma scegliendo proprio «il cuoricino come fanno i giovani», ha detto, perché i giovani li porta tutti nel cuore. E più di qualcuno, anche tra i grandi, si è davvero commosso. Ad Alatri c’è stata la piccola variante… meteorologica della pioggia, che ha poi accompagnato il corteo fino in Concattedrale; ma neppure questo ha scoraggiato i ragazzi della Pastorale giovanile e dell’Azione Cattolica, che hanno scortato il Vescovo e la mula fino a Civita, per poi assistere alla Messa, proprio dal retro dell’altare, con il vescovo che durante la celebrazione si è girato proprio verso di loro, al momento dello scambio del segno della pace, ad esempio. E poi, anche durante questa omelia, le parole del vescovo, come a disegnare un programma di cammino pastorale, insieme: «Giovani, interrogatevi su quello che il Signore vuole da voi, non abbiate paura di ascoltare la voce del Signore. Non abbiate paura! Giovani, la Chiesa ha bisogno di voi, il mondo ha bisogno di voi!». di Igor Traboni
Assemblea diocesana di Azione Cattolica

Il 4 e 5 ottobre, presso il Centro pastorale di Fiuggi, si svolgerà l’assemblea diocesana di Azione Cattolica sul tema “Al cuore della comunità: abitare il servizio, generare il bene”. Nella locandina tutte le info sul programma.
Pre-posizioni semplici: il racconto del campo scuola di Azione Cattolica

Dal 24 al 30 agosto 2025 si è tenuto a Monte San Giovanni Campano il campo-scuola dell’Azione Cattolica della diocesi di Anagni-Alatri. Hanno partecipato 46 ragazzi delle scuole superiori. provenienti da Anagni, Alatri, Piglio, Fiuggi e Fumone supportati dai responsabili diocesani del settore giovani AC, dagli educatori, dalla collaborazione ormai consolidata di Suor Cleopatra Subiaco e da don Walter Martiello. Il tema trattato: “Pre-posizioni semplici”. Ci piace pensare a noi come “preposizioni”, come elementi costitutivi della comunità e della società che possono influenzarne il significato e la struttura. Ognuno e ognuna di noi è, in fondo, una preposizione semplice, una connessione tra le persone e nei luoghi che abitiamo. Nel periodo del Giubileo dal tema “Pellegrini di speranza” è anche possibilità di vivere una specie di allenamento per recuperare la connessione con gli altri e con il mondo e per coltivare la capacità di avere sguardi ampi sulla vita. Questo nostro essere preposizioni semplici ci esorta e ci sprona ad assumere posture nuove e stili rinnovati. Non possiamo essere ‘’cittadini del quotidiano’’ se non traduciamo in scelte concrete quei bisogni di cambiamento che percepiamo continuamente attorno e dentro di noi. Siamo chiamati, allora, a non fare rivoluzioni ma a vivere, da giovani, per posizioni semplici. Ad accompagnarci in questo viaggio, ancora una volta in mare aperto, ci sarà, oltre all’apostolo Pietro, anche Ulisse. Ripercorrendo le sue avventure, attraverso cinque particolari incontri, proveremo a riconoscere alcune connessioni fondamentali per la nostra vita. Come le preposizioni non possono essere pensate sole, sganciate dalle altre parti che compongono una frase, così anche noi non possiamo immaginarci isolati e sconnessi: scopriremo e/o rinnoveremo la bellezza del sentirci parte di una comunità più grande. Il cristiano, nei luoghi dove abita e si relazione, deve poter avere la funzione delle preposizioni all’interno di una frase, connettere e aiutare a esprimere il significato della stessa, così il cristiano è chiamato ad essere il legame di comunione, accoglienza e solidarietà tra individui, radicato nella fede nel Cristo risorto. I giovani sono stati aiutati a riflettere su se stessi e su come vivono la propria fede attraverso diverse attività e cinque parole chiave: 1-spazi abitati da … zone di conforto e spazi di fraternità; Obiettivo del giorno Riflettere su quali sono le nostre zone di comfort e se l’altro può accedervi. Riscopriamo insieme la fraternità come una chiave possibile per vivere nei propri spazi sicuri o per uscire dai propri confini. 2-veri con … nudità tra verità e vulnerabilità; Obiettivo del giorno Facciamo i conti con la nostra nudità. Esploriamo cosa significhi realmente “mettersi a nudo” e accogliere la vulnerabilità dell’altro senza giudicare. Affrontiamo la vergogna e apriamoci senza paura alla verità di chi siamo. 3-fatti per … compartecipazione nella storia della salvezza; Obiettivo del giorno Proviamo a non ridurre la fede a un’attesa passiva di salvezza, ma adoperiamoci perché qualcosa di bello come un miracolo possa compiersi a partire dal nostro coinvolgimento. 4-affidati a … la fede oltre il dubbio e la rottura; Obiettivo del giorno Ripercorriamo il nostro personale percorso di fede, ricostruiamolo passo passo. Domandiamoci come cambia nel tempo il nostro rapporto con il Signore, anche attraverso i momenti di rottura e di dubbio. 5-responsabili di … lo stile e l’impegno per la Chiesa e il mondo. Obiettivo del giorno Facciamo della responsabilità uno stile di vita nei confronti di quanto e di chi ci viene affidato. Interroghiamoci su cosa significhi essere laici e laiche impegnati nella Chiesa e nel mondo. Significativi sono stati i momenti di preghiera come la Celebrazione della CROCE e l’Eucarestia nei quali abbiamo meditato sul “mistero pasquale”. La grande gita a prato di Campoli e il torneo hanno reso il campo-scuola gioioso. I falò,il Midbar e i canti sotto le stelle con finale “quante stelle” storico canto AC da generazioni, come sempre, hanno creato un’atmosfera suggestiva e rassicurante. Vi salutiamo con le parole di un giovane partecipante e chiudiamo con una preghiera: “Mi dispiace rubarvi questi cinque minuti, ma sentivo che fosse giusto condividere con voi un momento del genere. Sinceramente, all’inizio ero scettico, sia l’anno scorso che quest’anno. Credevo che fosse solo un modo per perdere tempo, una cosa come un’altra. Alla fine, però, mi sono ricreduto. Non penso sia normale, o perlomeno non pensavo, ricevere questo tipo di affetto da persone che vedo una volta l’anno, o addirittura nemmeno quella. Il punto è che il mondo gira, va avanti e indietro, e bisogna stargli dietro… però, quando arriva questa settimana, il mio mondo si ferma…” Ecco, avete appena letto una parte di una lettera scritta da un ragazzo del campo. Con queste poche parole possiamo capire come il campo possa portare a porre delle riflessioni, domande nei ragazzi e anche negli educatori. Si è lavorato con i ragazzi sulle loro fragilità, sull’essere vulnerabili alle parole altrui. Quale è il loro posto nel quale sono al sicuro? La loro Confort zone? Di questo ne abbiamo parlato apertamente con loro, di come ne tengono cura e di come questa li faccia stare bene ma di prestare attenzione nel non farla diventare una “scusa” per non aprire gli occhi su nuove possibilità che la vita gli mette davanti. Ci sono stati vari momenti di confronto veramente molto profondi, avendo a volte toccato dei loro punti molto delicati, ma dando sempre loro il modo di avere qualcuno con cui confrontarsi e dialogare. Questo lo si è fatto soprattutto per abituarli ad aprirsi e non tenersi tutto dentro. Nelle varie attività abbiamo, noi educatori, voluto lasciare che i ragazzi si mettessero in dialogo tra di loro per farli esprimere liberamente. Durante la settimana si sono svolte attività e serate dedicate al tema del campo, mettendo in gioco le loro abilità. Concludiamo questa fantastica esperienza con una preghiera per i nostri ragazzi: “Ti prego Signore per chi non riesce a credere più nell’ umanità, per chi fatica a sentirsi forte, per chi non ha più speranza, per chi si sente inadatto, per chi ti ha già incontrato, per chi non ha ancora una
