Il vescovo Spreafico ai giovani: «Lasciamoci sorprendere dal Signore per essere luce in questo mondo»

La calligrafia per niente incerta, con lo stampatello ben chiaro nello scrivere a matita “Aiutami Signore e lasciami sorprendere ancora dalle piccole cose”, su uno dei tanti post-it poi deposti nella mangiatoia vuota e alla fine scambiati anonimamente tra tutti i partecipanti, quasi al termine della veglia di preghiera che lunedì 18 dicembre i giovani della diocesi di Anagni-Alatri hanno vissuto in preparazione al Natale, insieme al vescovo Ambrogio Spreafico. E proprio questo lasciarsi sorprendere è stato l’invito finale dell’intervento del vescovo, denso di spunti di riflessione: «Lasciamoci sorprendere dal Signore per essere luce in questo mondo. Cambiare il mondo dipende da ognuno di noi: se cambi te stesso, cambi il mondo in cui vivi e poi tutto il mondo». E sempre dal verbo “sorprendere”, che non a caso da transitivo talvolta diventa anche riflessivo, è partito il vescovo Spreafico per parlare a cuore aperto ai giovani che hanno riempito la chiesa Regina Pacis di Fiuggi, insieme a decine di educatori, sacerdoti e religiose, provenienti da diverse realtà parrocchiali della diocesi:  «Il Natale sorprende, perché il Figlio di Dio nasce senza nessuno, “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. E nasce da una donna giovane, venuta dal paese sconosciuto di Nazareth. Ma come è possibile tutto questo? Come mai è accaduto? Perché Dio sceglie i piccoli, gli umili, perché dal piccolo può nascere qualcosa che poi cambia il mondo. E invece in questo nostro mondo non ci si sorprende più, si fa tutto per abitudine, anche nei giorni prima di Natale con le nevrosi dell’ultimo regalo. E nessuno si sorprende più da questa nascita un po’ strana, misteriosa, inaspettata. Ma cosa cambia nella nostra vita con questa nascita? Certo, Lui era il Figlio di Dio, ma non aveva alcun “potere” all’interno dell’Impero romano; eppure, quando parla cambia la vita di chi lo ascolta, dei discepoli, degli apostoli, delle donne, dei poveri che lo seguivano, perché Lui era la Parola di Dio. E allora anche noi siamo chiamati ad ascoltare il Vangelo, perché crediamo che con la Parola qualcosa cambia anche nella nostra vita, perché il Vangelo ci dà vita, il Vangelo è contro corrente, come questo brano», ha aggiunto Spreafico riprendendo proprio un passo di Luca, declamato poco prima: “E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. E qui il vescovo ha rimarcato ai giovani come «la gloria di Dio dipende anche da me, da noi, è la pace sulla terra. Dio si gloria se noi siamo in pace. Invece in questo nostro mondo abbiamo la gloria dei potenti, che consiste solo nella vittoria sul nemico. E così abbiamo un mondo non pacifico, con tante guerre che neppure le conosciamo tutte. La gloria di Dio invece è la pace tra noi: nelle relazioni, nell’ascoltare l’altro, nel costruire un mondo dove vivere insieme con gli altri, non contro gli altri. Ma se non sei in pace, non sei felice: ti manca qualcosa! La guerra è morte sempre e in guerra non c’è mai distinzione tra le vittime. Però noi dobbiamo essere protagonisti di un mondo pacifico, del nostro futuro. E dobbiamo cominciare laddove ci troviamo: a scuola, in famiglia, tra gli amici, al lavoro, ascoltando gli altri e cercando di capirli, non giudicando, andando incontro a chi soffre, a chi si trova nel bisogno. E allora chiediamo al Signore che ci aiuti a trovare la pace, perché Lui ci chiede questo. Ognuno di noi sia protagonista della pace», ha chiuso con questo auspicio e invito il vescovo. La veglia, organizzata dalle Pastorali giovanile e vocazionale della diocesi, coordinate da don Luca Fanfarillo e don Pierluigi Nardi, ha vissuto altri momenti importanti, come l’adorazione silenziosa davanti al Santissimo, esposto sull’altare. O come il suggestivo scambio di post-it tra i partecipanti, cui abbiamo accennato all’inizio, tra un canto e l’altro, il tutto preparato dall’equipe giovani che nei prossimi giorni verrà ufficialmente nominata. E per finire, nei locali sottostanti la chiesa, un bel momento di convivialità, dolce e caldo, di panettoni e cioccolata fumante, offerto dalla comunità dei francescani di Regina Pacis. di Igor Traboni

«Trinità guida d’amore»: il vescovo alle Compagnie della Santissima

Come da tradizione, i responsabili delle Compagnie che ogni anno organizzano i pellegrinaggi al santuario diocesano della Santissima Trinità di Vallepietra hanno incontrato il rettore don Alberto Ponzi, per fare il bilancio soprattutto spirituale ma anche organizzativo, dopo la chiusura invernale del 2 novembre scorso. E quest’anno alla riunione, tenutasi domenica 19 novembre nella chiesa di San Biagio a Fiuggi, ha partecipato anche il vescovo Ambrogio Spreafico che ha tenuto subito a ringraziare i presenti e lo stesso don Ponzi, rivolgendo poi alcuni pensieri, ad iniziare dall’importanza della presenza della Trinità in questo mondo così pervaso dall’egoismo e dall’odio «ma così non funziona la vita, non solo in quei Paesi dove ci sono le guerre ma purtroppo anche nel quotidiano: tante volte bisogna dire che la prepotenza dà frutti cattivi e amari perché divide, fa nascere rancore, odio, tristezza, inimicizia. Sarà per quello che ha lasciato la pandemia o perché la vita è difficile per tanti, ma oggi vedo tanta arroganza e disinteresse per gli altri. Però la Santissima ci dice che noi abbiamo bisogno degli altri e che se non viviamo con gli altri e per gli altri ne va di mezzo la nostra umanità». Spreafico ha poi ricordato le sue presenze di quest’anno al santuario e al vicino paese di Vallepietra, sottolineando come in tutte le varie occasioni «sono rimasto colpito quando ho visto le Compagnie e ho capito la forza che hanno il santuario e la Santissima. Ognuno pregava la Trinità a modo suo, con la fisarmonica, la chitarra o anche solo con la voce, ma non c’era confusione, perché nessuno ha “strimpellato” imponendo sugli altri come si fa di solito, quando chi urla di più sembra abbia più ragione. Ognuno pregava, anche in maniera diversa come è normale che sia, ma creando armonia, perché usava le parole della Chiesa, di Gesù, del Vangelo. Vi voglio davvero ringraziare ed elogiare – ha aggiunto il vescovo rivolgendosi alle compagnie attraverso i loro responsabili – per la vostra devozione e invitarvi a non perderla ma ad alimentarla ancora, aiutando gli altri, e soprattutto i giovani, a capire che se viviamo in armonia allora la vita diventa più bella e uno scopre anche la felicità e la gioia di vivere con gli altri. Certo, non dobbiamo essere d’accordo su tutto perché ognuno ha il suo pensiero, ma – ha rimarcato Spreafico rifacendosi al Vangelo del giorno  – il Signore conosce le nostre capacità, i nostri talenti diversi da quelli degli altri  e a tutti Dio dona qualcosa di importante e di prezioso, basti pensare che un talento di quella parabola corrispondeva a ben 18 anni di lavoro. E allora mai sotterrare i talenti, anche quel singolo talento che il Signore ci dà perché ci vuole bene. Siamo chiamati a metterli a frutto con semplicità, amore e simpatia; come uomini e donne che sanno vivere con gli altri. Oggi c’è bisogno di ascolto e ascoltandoci impariamo a costruire insieme un mondo fraterno. Voi delle compagnie rappresentate un pezzo della nostra vita cristiana per aiutarci a rendere il mondo più umano, più bello, meno diviso. Chiediamo di essere un po’ come la Trinità, cioè una comunione di amore», si è avviato a concludere il suo intervento monsignor Spreafico. Dal canto suo, don Alberto Ponzi ha rimarcato la grande ripresa dei pellegrinaggi dopo il tempo della pandemia, anche nei numeri, che parlano di circa 63mila comunioni distribuite nelle Messe al santuario e quindi di almeno il doppio dei fedeli che sono saliti al sacro speco. Confortante anche il numero delle confessioni, pure questo in notevole aumento. Il rettore ha quindi elogiato le circa 340 compagnie, presenti sia nel Frusinate che nelle province e regioni limitrofe, per il loro comportamento sempre più consono alla spiritualità del luogo: «Continuiamo così anche per essere di esempio per ragazzi e giovani che salgono al santuario, sempre più numerosi e motivo di speranza. Ricordando anche che il sacrificio è parte essenziale del pellegrinaggio: lo zaino in collo permette di capire cosa significa la fatica e guardare alla meta da raggiungere, ovvero il santuario, ma anche alla meta della nostra vita che è l’eternità». di Igor Traboni

Il vescovo ai giovani: «Siate luce, non rassegniamoci al buio!»

Sale per insaporire, luce per illuminare: possono sembrare due verbi scontati, sicuramente conseguenziali. Eppure, non lo sono affatto, se coniugati con le riflessioni che il vescovo Ambrogio Spreafico ha offerto nella serata di venerdì 24 novembre a circa duecento ragazzi delle diocesi di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino, ritrovatisi presso l’auditorium San Paolo, a Frosinone, ancora una volta insieme per il raduno interdiocesano dei giovani. Partendo dal discorso della montagna  e da quei due inviti “Voi siete sale della terra… voi siete luce del mondo”, il vescovo ha detto ai giovani «che è proprio quello che Gesù chiede a ognuno di noi, perché Lui crede di più in noi di quanto noi crediamo in noi stessi. E soprattutto crediamo poco che il mondo possa cambiare, siamo come rassegnati alla vita. Ma ricordiamoci che il mondo si costruisce insieme, perché se sei solo gli altri ti “mangeranno”.  Ma i prepotenti prima o poi cadranno, come è sempre successo nella storia. Dio abbatte i potenti e innalza gli umili!». Spreafico ha quindi esortato i giovani «ad essere sale della terra, quel sale che dà un sapore vero, come nei piatti della cucina ciociara! Gesù vorrebbe che ognuno di noi desse sapore alla vita degli altri, ma c’è gente insipida, che non sa di niente, non comunica umanità. Sapete perché c’è tanta gente arrabbiata, che manca di rispetto, prepotente? – ha continuato il vescovo calamitando ancor di più l’attenzione dei giovani presenti – Perché è gente senza sapore! Gente che si esalta sfrecciando a 180 all’ora sulla Casilina o con il nuovo smartphone da esibire con gli amici, perché anche questa dell’esibizionismo è un’altra costante dei nostri giorni. Ma questi egoisti non si accorgono che il male lo fanno prima a loro stessi. E la luce serve a farti vedere gli altri, non per esibirti, ma per brillare perché altri brillino in te, e in te vedano la luce di Dio! Ognuno di noi ha dentro l’impronta di Dio: se tu vedi nell’altro questa impronta, allora già cambi. La luce non va nascosta, altrimenti il nostro mondo continuerà a vivere con questa incapacità di vedersi, di guardarsi. Siamo tutti pronti a vedere nell’altro i difetti, ma perché non vediamo il bene? Se ognuno aiutasse gli altri a far vedere il bene, come sarebbe bello il mondo!». Da qui l’invito finale del vescovo Ambrogio: «Scegliete di fare luce e cogliere la luce che c’è negli altri! Proviamo a capire come possiamo essere luce, insieme, illuminandoci insieme. La luce dà speranza, aiuta a camminare, fa vedere gli altri. E gli altri hanno bisogno di luce, di speranza. Non rassegniamoci al buio!». La serata è poi proseguita con i giovani che si sono divisi in vari gruppi, guidati dai sacerdoti presenti e da alcuni giovani più… grandicelli, a seconda del colore dei braccialetti fosforescenti distribuiti poco prima, e insieme hanno elaborato dei pensieri relativi a cosa li fa brillare – questo il tema dell’incontro – e cosa invece li incupisce. Questi pensieri sono stati poi scritti su dei post-it e affissi su un grande pannello. Ed eccoli alcuni dei pensieri messi nero su bianco dai ragazzi, a partire da quello che li incupisce:  paura, delusione, insicurezza, perdita di umanità e contatto con le persone, ansia, mancanza di amore, giudizio degli altri, prepotenza, lamentele, indifferenza, incomprensioni, opinioni. Ed ecco invece ciò che li fa brillare, come hanno doppiamente testimoniato illuminando la sala con i telefonini ad ogni lettura di un post-it che corrispondeva loro: servizio, portare colore, curiosità, sorriso dei bambini, forza del bene agli altri e vedere il loro sorriso brillare, amore per il prossimo, amici, il sorriso degli altri, vedere le persone sorridere e felici anche se io sono triste, empatia, apertura, comunità. I giovani hanno anche preparato nei gruppi, e poi comunicato agli altri, delle “preghiere dei fedeli”, tutte molto profonde, niente affatto scontate, prima di recitare tutti insieme quella che il Padre ci ha insegnato (e molti tenendosi per mano). La serata si è avviata alla conclusione con altri spunti di riflessione offerti da don Francesco Paglia e don Tonino Antonetti  e  con un canto finale. Ma baci, abbracci, sorrisi e risate sono proseguiti anche una volta fuori dall’auditorium, in una notte così illuminata! di Igor Traboni

La preghiera di Mons. Spreafico per la Giornata dei poveri 2023

In occasione della Giornata mondiale dei poveri, del 19 novembre 2023 il vescovo Ambrogio Spreafico ha composto una preghiera (la trovate in questo post) che è stata letta durante le varie celebrazioni. A livello interdiocesano la Giornata, presieduta dal vescovo Spreafico, si è tenuta presso il Santuario della Madonna della Neve a Frosinone.

Mons. Spreafico: «La Trinità ci aiuti ad essere costruttori di pace»

Domenica 29 ottobre il vescovo Ambrogio Spreafico ha celebrato Messa al santuario della Santissima Trinità davanti a moltissimi fedeli, compresi quelli delle “compagnie” arrivati dalla Ciociaria e dalle province limitrofe per il tradizionale saluto alla Santissima. Nel corso dell’omelia, monsignor Spreafico ha innanzitutto sottolineato l’importanza dell’ascolto: «Oggi ascoltiamo troppo poco gli altri, siamo sempre lì che straparliamo. E invece abbiamo bisogno di ascoltare Dio che ci parla. Come facciamo in questo luogo così bello e significativo. Questo è il miracolo della Messa nella casa di Dio, dello stare di fronte all’altare: stiamo zitti, ascoltiamo e quando si parla lo facciamo con gli altri, nella preghiera, nel canto: si crea così quell’armonia che nella vita non c’è! Questo è il segreto della Trinità.  Perché Dio Padre Altissimo ha voluto esser Padre, Figlio e Spirito Santo? Per farci capire che la vita è con gli altri, che non è mai sola la vita. Nessuno di noi è padrone della vita, degli altri, ma siamo chiamati ad essere uomini e donne che creano armonia e pace in un mondo così difficile, violento, che accetta la guerra come se fosse una cosa normale», ha aggiunto il vescovo con un forte richiamo all’attualità: «Abbiamo visto in queste ultime settimane gli attacchi terroristici di Hamas nel sud di Israele, ma questo non è accettabile, non c’è niente da capire. E’ morte, uccisione senza distinzione tra vecchi, bambini, donne, malati. Da qui vogliamo invocare la Trinità perché ci aiuti a essere costruttori di pace, di amore, cominciando da noi stessi, nella vita di ogni giorno, in famiglia, al lavoro nello studio. Mai vedere nell’altro un nemico, perché in ognuno c’è l’immagine di Dio». Ricordiamo che l’ultima celebrazione al santuario, prima della chiusura invernale, è fissata per giovedì 2 novembre, con la commemorazione dei defunti.

L’omelia del vescovo Ambrogio nella Messa a conclusione dell’assemblea pastorale diocesana

XXV Domenica T.O. (anno A) Isaia 55,6-9; Filippesi  1,20c-24.27°; Matteo 20,1-16 Care sorelle e cari fratelli, concludiamo nella nostra Cattedrale l’Assemblea Diocesana che ci ha visto riuniti in questi due giorni. Essere insieme come sorelle e fratelli ci fa gustare la gioia e la bellezza di essere Chiesa, un unico popolo, comunità di comunità, che non vivono per se stessi o nelle cerchia delle proprie abituali frequentazioni, ma che accettano di condividere la loro vita e la loro fede in maniera larga, in una famiglia senza confini ed esclusioni. La tentazione quotidiana infatti è sempre e ovunque quella di costruirsi un mondo a propria immagine o a immagine delle certezze che ognuno di noi si è fatto nel tempo. Ma i tempi cambiano e la Parola di Dio ci chiede di vivere la nostra fede nel tempo in cui siamo accettando di cambiare noi stessi, rispondendo ai segni dei tempi che riusciamo a vedere e a capire, come abbiamo cercato di fare ieri nel nostro dialogare. Il Signore viene di nuovo in mezzo a noi, come fece secondo la parabola, alla ricerca di operai per la sua vigna. Spende tutta una giornata a cercare operai. Dio è instancabile. Ha bisogno di donne e uomini che accolgano la sua chiamata per lavorare per lui e con lui. Così è avvenuto anche nella nostra vigna. Quegli operai sono gente comune, non persone speciali né qualcuno che riceve una chiamata particolare, come possono essere nella Chiesa i sacerdoti o i consacrati e le consacrate. Quindi si parla di noi tutti. Ognuno riceve la chiamata a lavorare nella vigna del Signore, senza esclusioni. Alla fine del giorno trova pure persone a cui nessuno aveva proposto un lavoro, un impegno. Quante gente vive attorno a noi, a cui noi non abbiamo forse mai parlato, a cui non abbiamo mai rivolto l’invito a lavorare con noi nella vigna del Signore. A volte ormai li abbiamo del tutto dimenticati. Pensiamo che non siano interessati! Ma tu ci hai mai parlato, li hai mai ascoltati o solo giudicati ed esclusi? La parabola sottolinea che il Signore non fa neppure distinzione tra chi è arrivato fin dalla prima ora e chi è arrivato al termine della giornata. Questo, cari amici, ci mette tutti alla pari e ci libera dai soliti e abituali giudizi con cui guardiamo gli altri e li giudichiamo secondo i nostri criteri e le nostre preferenze e simpatie, escludendo e includendo come ci piace. L’atteggiamento di quel padrone sorprende, soprattutto quando dà la stessa paga al primo e all’ultimo arrivato. Eppure, non avevano lavorato le stesse ore. Non avremmo anche noi mormorato e considerata quella decisione ingiusta come fecero i primi arrivati? Non mormoriamo anche noi quando cominciamo a fare confronti all’interno delle nostre comunità o della vita quotidiana, pretendendo di avere di più, di essere considerati di più rispetto ad altri, che forse giudichiamo meno generosi e impegnati di noi? Cari amici, il Signore vuole affermare qualcosa di essenziale per tutti, indipendentemente da chi siamo e dal nostro impegno o dal nostro ruolo: ciò che ricevi nella vigna del Signore, nella tua comunità o altrove, è sempre segno della bontà gratuita e della misericordia di Dio. È la grazia che riceviamo ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio e la viviamo. È questa l’unica ricompensa che rende felici, perché ci fa gustare l’amore di Dio, fa vivere, fa crescere, fa vivere insieme come sorelle e fratelli, senza continui confronti e giudizi come avviene spesso anche nelle nostre comunità. Ci potremmo però chiedere: che significa essere operai della vigna? Qual è il nostro lavoro? Che cosa possiamo proporre agli altri? Nel capitolo decimo del Vangelo di Luca Gesù chiamò altri 72 discepoli e li mandò due a due in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Erano misti. Gente normale. Disse loro: “pregate … andate” senza portare troppe cose con voi per non appesantirvi …e “dite” in ogni casa: “Pace a questa casa”. Ecco, cari amici, il lavoro degli operai della vigna: dire pace, essere operai di pace in questo tempo violento e diviso, litigioso e arrogante. Sì, ci manda come “agnelli in mezzo ai lupi”, cioè miti in mezzo alla violenza e alla prepotenza. Ma gli agnelli hanno la forza della Parola di Dio, del Vangelo della pace, dell’amore di Dio e della loro fraternità. Infatti non li mandò da soli, ma due a due, per sostenersi e aiutarsi. Però “la messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Non dovremmo allora, come quel padrone della vigna, cercare operai di pace per la vigna del Signore? Allora cerchiamo il Signore nella sua Parola, come ci ha detto il profeta: “Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino. …Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie”. Cari fratelli e sorelle, questo è il tempo in cui cercare il Signore, anzi forse è il tempo in cui farci trovare da lui, che sempre cerca operai per la sua vigna, senza nasconderci dietro noi stessi, le nostre abitudini o i nostri ruoli. Lasciamoci trovare da lui, ascoltando con il cuore la sua parola perché rinnovi la nostra umanità e le nostre comunità. Ne abbiamo bisogno in questo tempo di sofferenza, di violenza e di guerra. Affidiamo al Signore chi soffre, i piccoli e i poveri, gli anziani e i malati, i giovani e le famiglie. Preghiamo in particolare per i migranti e i rifugiati in questa giornata mondiale del migrante e del rifugiato, perché siano accolti e curati. Su tutti si riversi la benedizione di Dio e il suo amore gratuito che siamo chiamati a condividere. Sono contento di dirvi che la Caritas della nostra diocesi accoglierà a Fiuggi una famiglia di profughi provenienti dalla Siria che arriveranno a Fiumicino giovedì 28 grazie ai Corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Sono il segno della generosa accoglienza che già tante nostre comunità stanno vivendo verso donne e uomini che sono arrivati nel nostro Paese,

L’omelia del vescovo Ambrogio nella Messa a conclusione dell’assemblea pastorale diocesana

XXV Domenica T.O. (anno A) Isaia 55,6-9; Filippesi  1,20c-24.27°; Matteo 20,1-16 Care sorelle e cari fratelli, concludiamo nella nostra Cattedrale l’Assemblea Diocesana che ci ha visto riuniti in questi due giorni. Essere insieme come sorelle e fratelli ci fa gustare la gioia e la bellezza di essere Chiesa, un unico popolo, comunità di comunità, che non vivono per sé stessi o nella cerchia delle proprie abituali frequentazioni, ma che accettano di condividere la loro vita e la loro fede in maniera larga, in una famiglia senza confini ed esclusioni. La tentazione quotidiana, infatti, è sempre e ovunque quella di costruirsi un mondo a propria immagine o a immagine delle certezze che ognuno di noi si è fatto nel tempo. Ma i tempi cambiano e la Parola di Dio ci chiede di vivere la nostra fede nel tempo in cui siamo accettando di cambiare noi stessi, rispondendo ai segni dei tempi che riusciamo a vedere e a capire, come abbiamo cercato di fare ieri nel nostro dialogare. Il Signore viene di nuovo in mezzo a noi, come fece secondo la parabola, alla ricerca di operai per la sua vigna. Spende tutta una giornata a cercare operai. Dio è instancabile. Ha bisogno di donne e uomini che accolgano la sua chiamata per lavorare per lui e con lui. Così è avvenuto anche nella nostra vigna. Quegli operai sono gente comune, non persone speciali né qualcuno che riceve una chiamata particolare, come possono essere nella Chiesa i sacerdoti o i consacrati e le consacrate. Quindi si parla di noi tutti. Ognuno riceve la chiamata a lavorare nella vigna del Signore, senza esclusioni. Alla fine del giorno trova pure persone a cui nessuno aveva proposto un lavoro, un impegno. Quante gente vive attorno a noi, a cui noi non abbiamo forse mai parlato, a cui non abbiamo mai rivolto l’invito a lavorare con noi nella vigna del Signore. A volte ormai li abbiamo del tutto dimenticati. Pensiamo che non siano interessati! Ma tu ci hai mai parlato, li hai mai ascoltati o solo giudicati ed esclusi? La parabola sottolinea che il Signore non fa neppure distinzione tra chi è arrivato fin dalla prima ora e chi è arrivato al termine della giornata. Questo, cari amici, ci mette tutti alla pari e ci libera dai soliti e abituali giudizi con cui guardiamo gli altri e li giudichiamo secondo i nostri criteri e le nostre preferenze e simpatie, escludendo e includendo come ci piace. L’atteggiamento di quel padrone sorprende, soprattutto quando dà la stessa paga al primo e all’ultimo arrivato. Eppure, non avevano lavorato le stesse ore. Non avremmo anche noi mormorato e considerata quella decisione ingiusta come fecero i primi arrivati? Non mormoriamo anche noi quando cominciamo a fare confronti all’interno delle nostre comunità o della vita quotidiana, pretendendo di avere di più, di essere considerati di più rispetto ad altri, che forse giudichiamo meno generosi e impegnati di noi? Cari amici, il Signore vuole affermare qualcosa di essenziale per tutti, indipendentemente da chi siamo e dal nostro impegno o dal nostro ruolo: ciò che ricevi nella vigna del Signore, nella tua comunità o altrove, è sempre segno della bontà gratuita e della misericordia di Dio. È la grazia che riceviamo ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio e la viviamo. È questa l’unica ricompensa che rende felici, perché ci fa gustare l’amore di Dio, fa vivere, fa crescere, fa vivere insieme come sorelle e fratelli, senza continui confronti e giudizi come avviene spesso anche nelle nostre comunità. Ci potremmo però chiedere: che significa essere operai della vigna? Qual è il nostro lavoro? Che cosa possiamo proporre agli altri? Nel capitolo decimo del Vangelo di Luca Gesù chiamò altri 72 discepoli e li mandò a due a due in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Erano misti. Gente normale. Disse loro: “pregate … andate” senza portare troppe cose con voi per non appesantirvi …e “dite” in ogni casa: “Pace a questa casa”. Ecco, cari amici, il lavoro degli operai della vigna: dire pace, essere operai di pace in questo tempo violento e diviso, litigioso e arrogante. Sì, ci manda come “agnelli in mezzo ai lupi”, cioè miti in mezzo alla violenza e alla prepotenza. Ma gli agnelli hanno la forza della Parola di Dio, del Vangelo della pace, dell’amore di Dio e della loro fraternità. Infatti, non li mandò da soli, ma a due a due, per sostenersi e aiutarsi. Però “la messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Non dovremmo allora, come quel padrone della vigna, cercare operai di pace per la vigna del Signore? Allora cerchiamo il Signore nella sua Parola, come ci ha detto il profeta: “Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino. …Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie”. Cari fratelli e sorelle, questo è il tempo in cui cercare il Signore, anzi forse è il tempo in cui farci trovare da lui, che sempre cerca operai per la sua vigna, senza nasconderci dietro noi stessi, le nostre abitudini o i nostri ruoli. Lasciamoci trovare da lui, ascoltando con il cuore la sua parola perché rinnovi la nostra umanità e le nostre comunità. Ne abbiamo bisogno in questo tempo di sofferenza, di violenza e di guerra. Affidiamo al Signore chi soffre, i piccoli e i poveri, gli anziani e i malati, i giovani e le famiglie. Preghiamo in particolare per i migranti e i rifugiati in questa giornata mondiale del migrante e del rifugiato, perché siano accolti e curati. Su tutti si riversi la benedizione di Dio e il suo amore gratuito che siamo chiamati a condividere. Sono contento di dirvi che la Caritas della nostra diocesi accoglierà a Fiuggi una famiglia di profughi provenienti dalla Siria che arriveranno a Fiumicino giovedì 28 grazie ai Corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Sono il segno della generosa accoglienza che già tante nostre comunità stanno vivendo verso donne e uomini che sono arrivati nel

Mons. Spreafico a Carpineto: «La memoria di Leone XIII risvegli la condanna della guerra»

Nella giornata di giovedì 4 maggio, Carpineto Romano ha ospitato il quarto convegno nazionale dedicato al pontefice della “RerumNovarum”, sul tema “Leone XIII – Principe della pace”, organizzato dalla Commissione regionale pastorale sociale e lavoro della Conferenza episcopale del Lazio e dalla diocesi di Anagni-Alatri. I lavori sono stati introdotti da Claudio Gessi, direttore della Pastorale sociale e del lavoro del Lazio, e hanno visto la relazione centrale del prof. Vincenzo Buonomo, rettore dell’Università Lateranense, dopo l’introduzione di mons. Ambrogio Spreafico vescovo di Anagni-Alatri. Sono intervenuti anche i vescovi Gianrico Ruzza, delegato Cel per la pastorale sociale e del lavoro, e Vincenzo Apicella, emerito di Velletri-Segni; il sindaco di Carpineto, Stefano Cacciotti, l’assessore alla cultura, Emanuela Massicci, il parroco don Gianni Macali e Pasquale Tucciariello, direttore del Centro studi Leone XIII di Rionero in Vulture. Di seguito pubblichiamo integralmente il testo dell’intervento del vescovo Ambrogio Spreafico: —————- Vincenzo Gioacchino Pecci, futuro Cardinale e poi Papa,  fu davvero uomo di pace in tempi non facile e di grandi cambiamenti. Uomo colto, da sempre attento ai problemi sociali e alla giustizia sociale, fin da quando viene inviato come Delegato Apostolico nella provincia di Benevento poi a Perugia, dove tornerà come arcivescovo, apprezzato Nunzio Apostolico a Bruxelles, finché nel 1877, appena creato cardinale da Pio IX, diviene Segretario di stato. Nella storia del suo servizio alla Chiesa racchiude quella cultura che lo rende capace di interpretare le vicende dei luoghi dove si trova cercando ogni volta attraverso la relazione sincera con tutti di rispondere alle situazioni in cui si trova. Per questo non trova nessuna difficoltà a ricevere quei 44 voti su 61, che gli affidano la guida della Chiesa cattolica dopo 36 ore di conclave. Erano tempi difficili soprattutto in Italia dopo la breccia di Porta Pia e l’atteggiamento ostile del primo governo del Regno d’Italia. Leone XIII tuttavia guarda alla Chiesa come portatrice di cultura e di nuove scelte davanti ai nuovi problema che si affacciano. Possiamo dire credo con convinzione che in lui si evidenzia il continuo impegno perché l’affermazione della verità evangelica possa diventare latrice di cultura e di scelte concrete, che riguardano la società e il mondo. Ne è espressione riconosciuta la Rerum novarum, considerata la prima enciclica sociale, testo di una Chiesa che si interroga in maniera sistematica su come la “Verità” cristiana possa incidere sulla realtà e sui problemi di attualità. Infatti, l’esplosione della questione operaia, che era stata affrontata dal comunismo secondo una propria analisi e con proprie soluzioni, interroga la Chiesa, la quale non può esimersi dal comunicare il suo punto di vista. L’incipit dell’enciclica spiega l’urgenza di questo approccio del Pontefice: “L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l’occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.” Questa attenzione al sociale si manifesta anche altrove nel magistero del pontefice. Nel giugno del 1894 viene pubblicata la Lettera Apostolica Praeclara gratulationis, che in un certo senso si collega alla Rerum novarum, dove sempre all’inizio Leone XIII fa riferimento alle numerose attestazioni di stima pervenute in Vaticano dopo la sua elezione a papa. Ciò fa parte del suo modo di intendere il ministero petrino come missione universale, che non può non tener conto delle buone relazioni con i governi degli altri Paesi. La Lettera è rivolta ai cristiani di ogni confessione per invocare il ritorno all’unità, tuttavia senza dimenticare tutti coloro che non sono stati raggiunti dalla fede in Cristo, che vengono chiamate come “le genti più misere di tutte, quelle che in nessun modo accolsero la luce di Cristo”. Certo siamo lontani dalle parole del Vaticano II e del postconcilio Ma la Lettera apostolica contiene un anelito e un desiderio che indubbiamente immette nella storia del suo tempo una preoccupazione e un interesse che ancora mostrano lo spirito di Leone XIII: giustizia sociale, carità, unità e pace emergono anche in questo scritto. Proprio nell’ultima parte il pontefice rivolge un appello accorato perché cessino le guerre e l’Europa costruisca la pace, dove sembra di vedere un nesso, non certo esplicito, tra unità dei cristiani e unità della famiglia umana, e quindi pace e progresso sociale, aspetti che oggi fanno parte del magistero della Chiesa, soprattutto delle parole di papa Francesco, e che hanno caratterizzato soprattutto le cosiddette encicliche sociali. Leggiamo: “Abbiamo davanti agli occhi la situazione dell’Europa. Già da molti anni si vive in una pace più apparente che reale. Dominate da reciproci sospetti, quasi

L’omelia del vescovo per San Sisto: «Mai indifferenti al dolore e alla morte!»

Cari fratelli e sorelle, “è bello e dà gioia che i fratelli siano insieme”, recita il Salmo. Sì, in un mondo diviso e violento, è bello che i Santi ci riconducano a quell’unità e a quella fraternità così preziosa e spesso assente. Oggi il nostro patrono, Papa e martire, esprime in sé stesso questa caratteristica quando la Chiesa era ancora unita: essere insieme, un unico corpo, un cuor solo e un’anima sola. È un sogno illusorio? Una visione irrealizzabile? San Sisto non sarebbe d’accordo, lui che cercò di mantenere l’unità della Chiesa d’occidente e di Oriente senza sminuirne le diversità. Eppure, noi viviamo in un mondo dove le divisioni e la violenza sono accettate come se fosse normale, come se fosse la vita, come se le guerre fossero una parte ineliminabile della storia, come se per vivere e affermarsi si debba ricorrere alla violenza e imporsi sugli altri. Un giovane, Thomas, è stato ucciso in queste strade. Mi chiedo: saremo capaci di ribellarci a un vivere in cui alla fine tutto passa e si dimentica, oppure questa morte violenta pone una domanda personale e collettiva di cambiamento di noi stessi, come molti hanno cercato di fare in queste settimane? Non accettiamo mai di essere indifferenti al dolore e alla morte! Il corpo di San Sisto fu portato ad Alatri, anzi si fermò ad Alatri perché la mula si era rifiutata di continuare la strada verso Alife, e le preghiere rivolte a lui permisero alla pestilenza di finire. I santi, cari fratelli e sorelle, sono testimoni di un sogno che si realizza, il sogno di un Vangelo che si fa vita, cura degli altri, unità, fraternita, pace, vittoria sul nostro io, sulla violenza e sul male che affligge il mondo. Siamo qui per rendere onore alla sua testimonianza, ma soprattutto per impegnarci a seguirlo nell’ascolto della Parola di Dio e non di noi stessi, nell’impegno a prendersi cura degli altri, soprattutto dei sofferenti e dei poveri. Conosco la solidarietà di questa città, che si esprime non solo nelle opere di carità della Chiesa che qui vive, ma anche in tante donne e uomini che si prendono cura di chi ha bisogno. Fate di questo spirito il cuore della vostra vita e il sogno per un mondo pacifico, in cui ognuno inizi a prendersi cura degli altri, la medicina migliore per il nostro animo. Gesù si accompagna a noi, Conosce le nostre incertezze, le delusioni, l’abitudine al pessimismo e il cedimento alla paura che fa chiudere in sé stessi. Abbiamo ascoltato di quei due discepoli, che scendevano da Gerusalemme a Emmaus, con il cuore pieno di delusione. Che fine aveva fatto quel loro amico, Gesù, in cui avevano posto la loro speranza, il sogno di un mondo nuovo? Un viandante si avvicinò loro e li interrogò. I due espressero la loro delusione e le loro attese. Quel viandante era Gesù, ma non lo riconobbero. Ma lui con pazienza spiegò loro quello che non avevano capito partendo dalla Parola di Dio, la Bibbia. Quanto è preziosa questa Parola! Fu per l’apostolo Pietro quella forza che gli permise di prendersi cura di quell’uomo storpio dalla nascita che chiedeva l’elemosina alla porta del tempio: “Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!” Quanta forza potremmo avere anche se noi ci affidassimo alla Parola di Gesù che può cambiare la vita. Chiediamoci: chi di noi conosce la Bibbia, la legge, la medita? In essa è nascosto il segreto della sapienza di Dio, il sogno di Dio sul mondo, di una umanità di fratelli e sorelle, quella che Gesù vuole realizzare anche con noi. Mi immagino che Gesù cammini anche con noi, quando ci incammineremo per le strade di questa città, e, attraverso il nostro patrono, ci voglia parlare, voglia che noi poniamo davanti a lui le nostre fatiche, la nostra fragilità, le nostre delusioni, le nostre speranze e attese. La sua parola ci smuove il cuore, fa nascere il desiderio di rimanere con lui, di continuare ad ascoltarlo. Così si siede con noi, come con quei due. Spezza il pane e lo dà loro. È l’Eucarestia, la santa Messa. Allora noi lo riconosciamo e diciamo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli camminava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”  Non arde anche a noi il cuore quando siamo qui, ascoltiamo il Signore che ci parla, ci spiega, ci dà il pane dell’Eucarestia che nutre il nostro animo, allarga il nostro cuore forse ancora un po’ stretto e chiuso, e così possiamo non scappare più, non andarcene per fatti nostri, ma tornare a incontralo ogni domenica, per farci aiutare, perché la sua Parola sia luce in questo tempo difficile, perché ci faccia immaginare e sognare un mondo rinnovato dalla sua presenta amorevole, lui che ha portato la croce addossandosi il dolore nostro e del mondo, e per questo ha vinto la morte? Allora, cari fratelli sorelle, camminiamo con lui assieme a San Sisto, che lo ha ascoltato prima di noi e con la forza della sua Parola ha guidato la Chiesa.  Così lo invochiamo e confidiamo nella sua intercessione. Amen

Mercoledì delle Ceneri: l’omelia del vescovo Ambrogio

Fratelli e sorelle, iniziamo il tempo di Quaresima con il rito antico delle Ceneri, che sanno imposte sul capo di ognuno di noi, mentre il sacerdote ripete in parte parole antiche della Bibbia quando il Signore si rivolse all’uomo ricordandogli di essere fatto di terra: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai” (Genesi 3,19). Queste parole non sono una minaccia, ma ricordano la nostra fragilità, la precarietà della vita. La pandemia, le difficoltà di questo tempo, la malattia, sono parte della condizione umana. Per questo abbiamo bisogno di essere rivestiti dalla forza che viene da Dio. Siamo qui per questo, cari fratelli. Il Signore sa che siamo polvere, fragili e incerti, ma non ci abbandona a noi stessi, bensì vorrebbe aiutarci a vivere felici anche nel momento della fatica e del dolore. Ci potremmo chiedere: come? Siamo sempre tentati di fare da soli. Magari nelle difficoltà stringiamo i denti piuttosto di chiedere aiuto e di lasciarci aiutare. Il Signore lo sa. Per questo ci raccoglie nella sua famiglia, nel suo popolo, ci rende fratelli e sorelle, Qui noi gustiamo la gioia della fraternità, la felicità di sostenerci e di prenderci cura gli uni degli altri. Il tempo di Quaresima è il tempo del popolo che cammina insieme, che cerca insieme, facendosi guidare dal suo Signore, bisognoso di camminare dietro a lui insieme agli altri. “Tornate a me con tutto il cuore, con digiuni pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”. E poi: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini e i lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo”. Ecco: usciamo tutti per essere popolo, per camminare insieme, per essere una risposta di amore e di pace in questo tempo difficile di violenza e di guerra. In questo popolo ci sono tutti: piccoli, giovani insieme agli anziani, italiani e stranieri, poveri e ricchi, colti e meno colti. Tutti insieme fratelli e sorelle. È la famiglia di Dio, quella che manca al mondo. Torniamo allora insieme verso di Lui, il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e di grande amore. Lui ci aspetta, vuole incontrarci, desidera camminare con noi, farci strada, essere luce nel buio della paura, perché siamo felici con lui. Ma si deve uscire dalle abitudini, dall’idea che ci salviamo da soli, dalla frenesia della vita, che vorrebbe toglierci questi spazi di riflessione e di preghiera con gli altri. La fretta uccide lo spirito! Toglie l’anima. Il Vangelo ci indica la via, liberandoci dalla facile ricerca di apparire, dai facili protagonismi che non portano a nulla, se non alla divisione e alla prepotenza. Facciamo nostre le parole di Gesù nel cammino della Quaresima: elemosina, preghiera, digiuno. L’elemosina apre il cuore alla gratuità del dono e dell’amore in un mondo spesso calcolatore, in cui si da per ricevere, dimenticando che la gratuità del dono è l’unica vera libertà e felicità. Poi la preghiera, che si vive in molti modi, qui durante la Santa Messa, a casa, nei momenti comuni in cui ascoltare la Parola di Dio, meditando le Sacre Scritture, pregando con quelle semplici preghiere che conosciamo. La preghiera trasforma la nostra umanità, ci fa immaginare il futuro con lo sguardo largo di Dio, quindi ci dà speranza in un tempo in cui è facile rassegarsi a quello che accade, senza scegliere, decidere, costruire un’alternativa, lavorare per un mondo più umano e più giusto. Il digiuno. Quello dal cibo ci ricorda che ci sono tanti che non hanno il necessario e ci libera dall’avidità dell’avere, dell’accumulare, di un benessere che stordisce e illude che la felicità stia nel possesso, in ciò che abbiamo o vorremmo avere. Poi esiste anche un digiuno spirituale, che implica essere più distaccati da noi stessi, dalla prepotenza dei nostri pensieri e delle nostre convinzioni, riconoscendo che nessuno di noi ha tutta la verità e soprattutto che nessuno è del tutto buono o nel giusto. Così avremo la ricompensa, che consiste nella presenza amorevole di Dio che sostiene la nostra umanità e ci rende popolo di donne e uomini che diffondono amore e pace. Cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore per questo tempo opportuno per condividere la nostra vita camminando insieme, ascoltando il Signore che ci parla, verso la Pasqua del Signore, passaggio dalla morte alla vita, cuore della nostra vita di fede.