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Mons. Spreafico a Carpineto: «La memoria di Leone XIII risvegli la condanna della guerra»

6 Maggio 2023

Mons. Spreafico a Carpineto: «La memoria di Leone XIII risvegli la condanna della guerra»

Nella giornata di giovedì 4 maggio, Carpineto Romano ha ospitato il quarto convegno nazionale dedicato al pontefice della “RerumNovarum”, sul tema “Leone XIII – Principe della pace”, organizzato dalla Commissione regionale pastorale sociale e lavoro della Conferenza episcopale del Lazio e dalla diocesi di Anagni-Alatri. I lavori sono stati introdotti da Claudio Gessi, direttore della Pastorale sociale e del lavoro del Lazio, e hanno visto la relazione centrale del prof. Vincenzo Buonomo, rettore dell’Università Lateranense, dopo l’introduzione di mons. Ambrogio Spreafico vescovo di Anagni-Alatri. Sono intervenuti anche i vescovi Gianrico Ruzza, delegato Cel per la pastorale sociale e del lavoro, e Vincenzo Apicella, emerito di Velletri-Segni; il sindaco di Carpineto, Stefano Cacciotti, l’assessore alla cultura, Emanuela Massicci, il parroco don Gianni Macali e Pasquale Tucciariello, direttore del Centro studi Leone XIII di Rionero in Vulture.

Di seguito pubblichiamo integralmente il testo dell’intervento del vescovo Ambrogio Spreafico:

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Vincenzo Gioacchino Pecci, futuro Cardinale e poi Papa,  fu davvero uomo di pace in tempi non facile e di grandi cambiamenti. Uomo colto, da sempre attento ai problemi sociali e alla giustizia sociale, fin da quando viene inviato come Delegato Apostolico nella provincia di Benevento poi a Perugia, dove tornerà come arcivescovo, apprezzato Nunzio Apostolico a Bruxelles, finché nel 1877, appena creato cardinale da Pio IX, diviene Segretario di stato. Nella storia del suo servizio alla Chiesa racchiude quella cultura che lo rende capace di interpretare le vicende dei luoghi dove si trova cercando ogni volta attraverso la relazione sincera con tutti di rispondere alle situazioni in cui si trova. Per questo non trova nessuna difficoltà a ricevere quei 44 voti su 61, che gli affidano la guida della Chiesa cattolica dopo 36 ore di conclave.

Erano tempi difficili soprattutto in Italia dopo la breccia di Porta Pia e l’atteggiamento ostile del primo governo del Regno d’Italia. Leone XIII tuttavia guarda alla Chiesa come portatrice di cultura e di nuove scelte davanti ai nuovi problema che si affacciano. Possiamo dire credo con convinzione che in lui si evidenzia il continuo impegno perché l’affermazione della verità evangelica possa diventare latrice di cultura e di scelte concrete, che riguardano la società e il mondo. Ne è espressione riconosciuta la Rerum novarum, considerata la prima enciclica sociale, testo di una Chiesa che si interroga in maniera sistematica su come la “Verità” cristiana possa incidere sulla realtà e sui problemi di attualità. Infatti, l’esplosione della questione operaia, che era stata affrontata dal comunismo secondo una propria analisi e con proprie soluzioni, interroga la Chiesa, la quale non può esimersi dal comunicare il suo punto di vista.

L’incipit dell’enciclica spiega l’urgenza di questo approccio del Pontefice: “L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l’occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.”

Questa attenzione al sociale si manifesta anche altrove nel magistero del pontefice. Nel giugno del 1894 viene pubblicata la Lettera Apostolica Praeclara gratulationis, che in un certo senso si collega alla Rerum novarum, dove sempre all’inizio Leone XIII fa riferimento alle numerose attestazioni di stima pervenute in Vaticano dopo la sua elezione a papa. Ciò fa parte del suo modo di intendere il ministero petrino come missione universale, che non può non tener conto delle buone relazioni con i governi degli altri Paesi. La Lettera è rivolta ai cristiani di ogni confessione per invocare il ritorno all’unità, tuttavia senza dimenticare tutti coloro che non sono stati raggiunti dalla fede in Cristo, che vengono chiamate come “le genti più misere di tutte, quelle che in nessun modo accolsero la luce di Cristo”. Certo siamo lontani dalle parole del Vaticano II e del postconcilio Ma la Lettera apostolica contiene un anelito e un desiderio che indubbiamente immette nella storia del suo tempo una preoccupazione e un interesse che ancora mostrano lo spirito di Leone XIII: giustizia sociale, carità, unità e pace emergono anche in questo scritto.

Proprio nell’ultima parte il pontefice rivolge un appello accorato perché cessino le guerre e l’Europa costruisca la pace, dove sembra di vedere un nesso, non certo esplicito, tra unità dei cristiani e unità della famiglia umana, e quindi pace e progresso sociale, aspetti che oggi fanno parte del magistero della Chiesa, soprattutto delle parole di papa Francesco, e che hanno caratterizzato soprattutto le cosiddette encicliche sociali. Leggiamo: “Abbiamo davanti agli occhi la situazione dell’Europa. Già da molti anni si vive in una pace più apparente che reale. Dominate da reciproci sospetti, quasi tutte le nazioni insistono a gara nell’allestimento di apparati bellici. … Ne deriva che gli erari sono esausti per le enormi spese, stremate le finanze pubbliche, in declino le fortune private: non è più a lungo sopportabile questa pace armata. E’ forse tale per natura la condizione del civile consorzio?…. “Si può appena immaginare quale rapido progresso si avrebbe ovunque tra le genti verso ogni ottimale condizione di prosperità, quando fossero ristabilite la tranquillità e la pace, incoraggiate le lettere, forgiate e accresciute in senso cristiano, secondo le Nostre prescrizioni, le associazioni di agricoltori, di operai, di industriali, per mezzo delle quali sia repressa l’usura e si dilati il campo dei lavori utili”.  Sono parole che indicano la novità del magistero di Leone XIII, che in un cambiamento d’epoca, davanti a nuove sfide sociali e politiche, senza rinunciare alla verità del Vangelo, si interroga sul tempo che attraversa e cerca di parlare tutta la famiglia umana.

Mi sembrano aspetti del suo magistero che ci interrogano anche oggi, nonostante su alcuni aspetti il linguaggio e le relazioni siano cambiate e rinnovate. Tuttavia, senza alcun dubbio, dopo un secolo e più riflettere sulla sua figura ci aiuta a vivere una Chiesa che non sta fuori dal mondo, ma che si interroga continuamente cercando di annunciare un Vangelo che parli al cuore degli uomini e delle donne del suo tempo, perché la fede diventi cultura e promuova il bene comune, affermando senza sosta l’anelito all’unità e alla pace della famiglia umana. In questo tempo, in cui gli io, individuali e collettivi, assieme al riarmo continuo, mettono in pericolo al convivenza, la memoria di questo pontefice spero risvegli in tutti la ferma condanna della guerra, delle ingiustizie sociali, dello sfruttamento del creato, e la ricerca dell’unità e della pace.

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