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Più unità, per la pace: la preghiera ecumenica interdiocesana

18 Gennaio 2024

Più unità, per la pace: la preghiera ecumenica interdiocesana

Tanti i fedeli che l’altro ieri sera, venerdì 19 gennaio, si sono ritrovati nella chiesa parrocchiale di Tecchiena per partecipare alla preghiera ecumenica interdiocesana, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il vescovo di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino, Ambrogio Spreafico, il pastore Massimo Aquilante, della Chiesa Valdese, e l’evangelista Stefano Cacciatore, della Chiesa neo-apostolica, hanno offerto le loro riflessioni sistemandosi sotto una caratteristica tenda, a simboleggiare l’accoglienza, e non prima di aver bevuto un bicchiere d’acqua, offerto loro dal parroco di Tecchiena don Antonello Pacella, a significare invece l’ospitalità e la comunione, secondo una tradizione del Burkina Faso nei confronti di chi arriva stanco dopo un viaggio.

Dopo l’introduzione di suor Gabriella Grossi, direttrice dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso di Anagni-Alatri, e alcuni momenti di preghiera alternati a canti, il vescovo Spreafico ha invitato i presenti a meditare su alcuni punti, a partire dall’importanza del fare delle domande a Gesù, che vuole dialogare con noi, e poi rifacendosi alla parabola del buon samaritano, declamata poco prima: «Chi fu il prossimo di quell’uomo mezzo morto lasciato sul bordo della strada? Tutti e tre videro quell’uomo, ma uno solo si fermò. Eppure erano uomini religiosi, un sacerdote e un addetto al tempio.  Non basta essere frequentatori della casa di Dio per vivere secondo la sua parola e non secondo noi stessi. Noi vediamo tante immagini di donne e uomini mezzi morti o eliminati dall’odio, dalla violenza, dalla guerra, dall’abbandono della nostra società a volte crudele e disumana. Ma poi le immagini passano e si dileguano. Anche noi spesso passiamo oltre, dall’altra parte, scansiamo il dolore di quelle immagini. Chi si ricorda Cutro? Chi si ferma davanti alle immagini di morte, di guerra, di distruzione? E quante volte passiamo oltre il dolore e la solitudine di un’anziana sola o malata, che avrebbe bisogno di qualcuno che si accorga di lei, prima che muoia e venga trovata a casa magari dopo mesi?». Monsignor Spreafico ha quindi fatto un esplicito richiamo alla compassione «un sentimento attribuito solo a Gesù nel Vangelo, ma che cambia la scelta di quell’uomo che passava di là per caso e non aveva nulla a che fare con quel poveretto. La “compassione”, la scelta di immedesimarsi nella condizione dell’altro, chiunque sia, ma soprattutto in chi è nel dolore, chi è ferito dalla vita, rende la vita possibile, perché fa avvicinare, si fa cura, medicina. Ma non può fare tutto il samaritano. Tuttavia lo porta in un luogo dove qualcun altro possa continuare a prendersi cura di lui. Queste locande sono le nostre comunità. Nessuno riesce a far tutto da solo per gli altri, né per i poveri. Abbiamo bisogno di essere nel “noi” delle nostre comunità, che, come ha detto papa Francesco, dovrebbero essere come “ospedali da campo”».

di Igor Traboni

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