Alla Chiesa di Anagni-Alatri 

“… Li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera(Is 56,7) 

Carissimi,

scrivo volentieri in ordine alla relazione puntuale “Chiesa madre. Il respiro della speranza” della Dottoressa Federica Romiti, Direttrice dell’Ufficio diocesano per Beni culturali e l’Edilizia di culto, sul percorso partecipativo (dicembre 2020 – maggio 2022) per l’adeguamento liturgico della Cattedrale di Santa Maria Annunziata, in risposta all’ammissione della nostra Diocesi al Bando Nazionale promosso dall’Ufficio competente della CEI nel 2019.

La Cattedrale di Anagni “fiore vivo di pietra che sfida secoli e uragani …” (D. Armando Trisinni) esiste da più di nove secoli e da più di nove secoli testimonia il genio di fede, di arte e di cultura di coloro che l’hanno pensata e costruita. E, nel medesimo tempo, racconta la fede, la speranza e la vita del popolo che l’ha abitata e la abita. La Cattedrale ha accompagnato la Città di Anagni nelle alterne vicende della sua storia, Possiamo dire che sia l’anima, la memoria, la sentinella de “La Città dei Papi”. La presenza della Curia papale ad Anagni tra il XII e il XIII secolo contribuì a renderla testimone di fatti storici importantissimi. E’ uno scrigno che conserva dei tesori d’arte straordinari come, tra gli altri, la Cripta di San Magno, al di sotto del Presbiterio, conosciuta come la “Cappella Sistina del Medioevo”, con un ciclo di 340 mq di affreschi; l’Oratorio di San Thomas Becket; il prezioso pavimento cosmatesco, posato tra il 1224 e il 1227.

La Cattedrale è la Chiesa principale della Diocesi, dove il vescovo ha la sua sede o “cattedra”. E’ ilpunto di riferimento in ordine ad un cammino di fede, di vita e di comunione per tutti i cristiani che fanno parte della Diocesi, che non è la Chiesa intera, ma una Chiesa completa intorno al vescovo, successore degli Apostoli. Un testo della “Sacrosanctum Concilium”, la Costituzione sulla Liturgia del Concilio ecumenico Vaticano II, ne mette in risalto l’importanza liturgica e pastorale. Nel considerare il servizio del vescovo come guida della Chiesa particolare, il documento afferma: “Il vescovo deve essere considerato il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale, convinti che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri” (SC, 41). La teologia liturgica ci ricorda che c’è una correlazione molto stretta tra le celebrazioni della fede e il soggetto che vi opera, cioè tra le celebrazioni della Chiesa e la coscienza che la Chiesa ha di sé stessa. Di conseguenza, possiamo aggiungere che vi è un nodo strettissimo tra la struttura di un edificio sacro, l’assetto dei suoi elementi celebrativi e la fede di coloro che l’hanno costruito o che vi si radunano. In sintesi: si può risalire tranquillamente dall’architettura di una chiesa e dal suo assetto interno alla coscienza che una comunità cristiana ha di sé stessa e del suo cammino di Chiesa.

La Cattedrale di Anagni, nei suoi nove secoli abbondanti di storia, ha subito una continua “evoluzione” per via di interventi che, nel tempo, ne hanno modificato parzialmente la struttura, ne hanno permesso la conservazione e hanno cercato di riportarla al primitivo splendore. L’ultimo, importante intervento di restauro è terminato il 1 ottobre 2006.

Al momento attuale, abbiamo una occasione unica per porre mano all’adeguamento liturgico della Chiesa Madre della Diocesi per l’ammissione al Bando Nazionale CEI del 2019. Il Concilio ecumenico Vaticano II ci ha voluto comunicare un sogno di Chiesa che è il popolo di Dio, un popolo sacerdotale, chiamato dalla tenebre alla luce del Vangelo e ad annunciare, celebrare e vivere la Pasqua sulle strade della vita. La vocazione a vivere e annunciare la gioia del Vangelo si alimenta alle celebrazioni della fede, che sono “culmine e fonte” della testimonianza e della missione; che sono vissute come soggetto integrale da un’assemblea attiva e partecipe; che trovano il loro centro e vertice nell’Eucaristia in cui ci si nutre “del pane della vita prendendolo sia dalla mensa della parola di Dio sia dal corpo di Cristo” (DV, 21).

L’adeguamento liturgico cui stiamo ponendo cuore e attenzione è quello che ci suggerisce il Concilio. E allora dobbiamo far risuonare una domanda dentro di noi: chi entrerà nella nostra Cattedrale tra 100/200 anni per celebrare i misteri della fede o visitarla potrà riconoscere dal suo assetto interno la nostra fedeltà al Concilio? Potrà dire di noi che siamo stati un popolo che ha raccolto i suggerimenti dello Spirito Santo in occasione di quella Pentecoste del XX secolo che è stato il Vaticano II?

Intanto, prima di rilevare le istanze emerse nel percorso partecipativo che si è disteso dal dicembre 2020 ad oggi, mi piace sottolineare come il coinvolgimento di persone, uffici e organismi diocesani, comunità ecclesiali, istituzioni pubbliche e associazioni abbia delineato un vero e proprio cammino sinodale. Abbiamo avuto un esempio chiaro e concreto di quello che Papa Francesco sta chiedendo a tutta la Chiesa in vista del Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2023, che avrà come tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Si tratta del rovesciamento della piramide, cioè del paradigma con cui per tanti secoli si è guardato alla Chiesa: tutto iniziava dai vescovi, dal vertice di una piramide per arrivare “a cascata” su ogni membro della comunità cristiana. Oggi – secondo il dettato del Vaticano II e della visione della Chiesa come popolo di Dio – la prospettiva con cui inquadriamo la Chiesa è la complementarietà, la circolarità, la comunione. I vescovi non sono più all’inizio di ogni processo ecclesiale, ma sono il terminale di un itinerario che coinvolge tante persone, molti organismi e varie istituzioni. Sta facendosi strada la convinzione che ogni cristiano, secondo la sua specifica vocazione, partecipi responsabilmente e attivamente alla vita ecclesiale come battezzato. Il ministero pastorale, in questo caso il vescovo, è titolare della decisione ultima. Ma il processo, che prepara la decisione, è frutto di un cammino che deve favorire l’ascolto, il dialogo e il discernimento da parte di ognuno.

Prima di tutto e soprattutto, a monte di ogni adeguamento a livello materiale, mi sembra molto importante un cambiamento sostanzioso della prospettiva con cui si guarda la Cattedrale in genere. Si tratta di un cambiamento e di una lettura di questo edificio sacro che vuol essere in linea con l’intento di chi ha pensato, progettato, costruito  questo straordinario gioiello di architettura sacra. La Cattedrale è stata edificata per essere una casa di preghiera e di incontro di un popolo con Dio e la Sua proposta di salvezza.

Siccome però la fede e il suo genio si accompagnano alla cultura, alla vita, all’arte di chi è cittadino di una determinata epoca, i monumenti religiosi diventano pure “oggetti” preziosi e luoghi da visitare e da godere dal punta di vista artistico. Con questo voglio dire che i cambiamenti e gli adeguamenti architettonici, nei prossimi anni, devono essere accompagnati da un impegno pastorale che riporti la Cattedrale, prima che a configurarsi come un luogo appetito e visitato da turisti, ad essere in pieno la casa dell’incontro tra Dio e il Suo Popolo nella preghiera e nelle celebrazioni della fede.

Il luogo liturgico più importante da creare e valorizzare sarà l’ambone. Il popolo di Dio si nutre del pane della vita sia alla mensa della Parola che alla mensa dell’Eucaristia (cfr DV, 21). Tra l’altare e l’ambone c’è stata una netta asimmetria nel corso degli ultimi secoli. E invece il Dio di Gesù Cristo è un Dio che parla e rivela sé stesso e il Suo disegno di salvezza che culmina nella Pasqua del Crocifisso-Risorto. Bisogna ritrovare simmetria ed equilibrio tra altare e ambone. In che modo? Attraverso due possibili soluzioni. O ricavando l’ambone, aggettandolo sulla balaustra, con la riduzione di quest’ultima e con l’impiego di materiali ottenuti da questa riduzione. O costruendo un ambone monumentale, solido, stabile, alla stessa altezza dell’altare, fuori dalla balaustra con la valorizzazione del candelabro per il cero pasquale del Vassalletto (XIII secolo).

Dal percorso partecipativo è emersa pure la proposta di una espansione del Presbiterio in coerenza con lo sviluppo del pavimento cosmatesco e con la delimitazione “naturale” del gradino che segna trasversalmente l’intera aula. Ciò sarebbe necessario se l’ambone fosse eretto fuori dalla balaustra. Ma questo comporterebbe la perdita di circa trenta posti a sedere per l’assemblea. Personalmente propenderei per la riorganizzazione del Presbiterio attuale, sgravandolo della presenza del Coro che troverebbe collocazione al posto della macchina processionale dei Santi Magno e Pietro con lo spostamento dell’organo sulla navata di destra.

Trovo, inoltre, molto opportuna la proposta di trasferire la custodia eucaristica nella Cappella Cajetani, che diventerebbe la Cappella feriale e per le celebrazioni capitolari. Questa scelta renderebbe molto adatta la Cappella per la “Lectio Divina”, la meditazione personale, l’adorazione e la preghiera.

Mi piace anche l’indicazione di valorizzare il Battistero con una appropriata illuminazione delle vetrate e con una più marcata sottolineatura architettonica dell’ingresso.

Felice mi sembra pure la individuazione nella Cappella Lauri come luogo dedicato al sacramento della Riconciliazione.

Infine, non posso non sottolineare e fare mia la proposta di rivedere e progettare l’impianto luminoso dell’intera aula e della Cripta, come pure l’impianto acustico. Il volto di una persona mostra il suo splendore quando è trasfigurato dalla gioia e dalla luce. La luce è importante perché trasfigura gli ambienti e i volti e ci immette nell’esperienza del mistero di Dio: “Dio è luce e in Lui non c’è tenebra alcuna” (1Gv 1,5). Gesù ha detto di sé stesso: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Il mistero della salvezza, infine, viene sintetizzato dal Prologo del Vangelo di Giovanni così: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5).

Termino questa mia Lettera raccogliendo e rilanciando gli orientamenti di fondo che sono emersi nel percorso e che mettono in connessione virtuosa liturgia, teologia, pastorale, spiritualità, cultura, storia e arte e che disegnano la nostra Cattedrale e la sua funzione magistrale di accoglienza, di invito alla santità e di luogo di preghiera.

La Cattedrale deve essere una casa accogliente e di ospitalità esemplare, quindi un luogo di identificazione filiale e fraterna, luogo di amicizia e di integrazione di persone, comunità, visioni della vita … Deve favorire, come diceva l’indimenticato e indimenticabile vescovo Tonino Bello, “la convivialità delle differenze”. Quindi via vincoli, barriere e sbarramenti per l’offerta di uno spazio che crea ordine, profondità, comunione.

La Cattedrale è stata testimone della canonizzazione di tanti Santi – una per tutti Santa Chiara nel 1255 – e come Chiesa Madre può additare i Santi che ha generato, che accoglie e che custodisce come esempio di testimonianza e di vita evangelica per gli uomini e le donne di oggi. Tutti i battezzati sono chiamati alla santità e tutti i cristiani “sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG, 40). Anche se non bisogna confondere la santità con la perfezione. Papa Francesco parla della “santità della porta accanto” e de “la classe media della santità” (cfr Gaudete et Exsultate, n. 7). Santità significa vivere con la misura del mistero pasquale come criterio di verità e come chiave di lettura della realtà, sforzandosi di testimoniare nella vita l’amore che Gesù Cristo ha vissuto per noi sulla Croce.

La Cattedrale, infine, può e deve essere il luogo della preghiera personale e comunitaria in un contesto di grande bellezza. La preghiera è il luogo in cui si alleva la speranza per un mondo più consono alle aspettative di Dio e degli uomini e in cui si cresce nella coscienza di essere figli e figlie, fratelli e sorelle.

Termino con un grazie al Signore per questo movimento di popolo e di Chiesa. Ritaglio un grazie particolare per la Dottoressa Federica Romiti, Don Maurizio Mariani e Don Francesco Frusone (équipe diocesana); per il Capitolo della Cattedrale e i Dipendenti del Museo; per la Commissione per i Beni culturali e l’edilizia di culto; per l’Ufficio Liturgico e gli altri Uffici diocesani; per tutti coloro che hanno partecipato a questo percorso comunitario con l’intento di restituire un po’ più di luce alla nostra Cattedrale in modo che le pietre e gli elementi  architettonici che la configurano continuino a riverberare e a contagiare la speranza basata sulla fede delle persone che l’hanno costruita, che l’hanno abitata nel corso del tempo e che la abitano al presente.

Anagni, 1 giugno 22

 

+ Lorenzo Loppa

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