Indicazione per la diocesi durante la sede vacante

Di seguito pubblichiamo l’atto ufficiale, redatto dalla Cancelleria Vescovile, contenente le indicazioni liturgiche, la nomina del Delegato ad omnia e le disposizioni da seguire da parte degli Uffici Diocesani. Tale atto ha lo scopo di garantire che, anche in questo tempo di sede vacante, la Diocesi possa proseguire con ordine e serenità il proprio cammino, a servizio del bene della Chiesa di Anagni-Alatri.
S.E. Mons. Ambrogio Spreafico convoca tutte le componenti diocesane per importanti comunicazioni rivolte alla Diocesi

Come da lettera allegata a firma del Vicario Generale, Mons. Alberto Ponzi, S.E. Mons. Ambrogio Spreafico convoca tutte le componenti diocesane per importanti comunicazioni rivolte alla Diocesi. Lettera convocazione
L’Arte di Jago in una chiesa di Anagni. Spreafico: fede e cultura legame inscindibile. GUARDA IL VIDEO

Fede e cultura, binomio inscindibile. Un concetto che il vescovo Ambrogio Spreafico ama sottolineare e che ha rimarcato anche nella tarda mattinata di lunedì 23 giugno, ad Anagni, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’iniziatica di concedere allo scultore anagnino Jago la chiesa della Madonna del Popolo, sempre ad Anagni, sconsacrata da tempo. E Jago, artista di fama mondiale benché ancora giovane, ne farà un laboratorio-atelier, luogo di esposizione e nascita e rinascita delle sue opere. «Questa iniziativa nasce da un incontro tutto sommato casuale – ha esordito il vescovo di Anagni-Alatri – nel corso di un convegno che si è tenuto nei mesi scorsi nella Sala della Ragione ad Anagni. Lì ho scoperto in lui non solo il grande artista ma anche quello che potevamo fare insieme per Anagni, replicando ciò che Jago ha già fatto a Napoli. E’ nata subito una sincera amicizia e quindi , partendo da una chiesa ormai chiusa da anni, abbiamo pensato che si potesse creare un segno della sua presenza nella sua Anagni, prendendo il valore che aveva questa città per riproporlo. L’espressione artistica di Jago credo possa essere un segno anche per il futuro di Anagni. Come già accaduto nel cuore del Rione Sanità a Napoli, anche qui l’arte proverà a riattivare un tessuto urbano e sociale, a riscrivere il rapporto tra le persone e il luogo che abitano. E di questo – ha sottolineato Spreafico – oggi c’è davvero tanto bisogno, perché viviamo in un mondo di rassegnati. Ma Dio ha pensato un mondo in cui vivere in armonia. Noi non siamo solo degli individui, ma una comunità che vive nel mondo. L’arte esprime proprio questa Bellezza, il tratto umano che dovremmo avere. L’arte fa qualcosa che va oltre se stessa». Anche un po’ visibilmente emozionato, Jago (nato a Frosinone ma da famiglia anagnina) si è detto particolarmente contento di questo “ritorno” nella sua città, sempre orgoglioso di quel tratto di ciociaro che ama portare nel mondo: «Non ci sono cervelli in fuga, ma ambasciatori di determinate radici. E io mi sento così. Mia mamma mi dice sempre che oggi la mia dimensione è nel mondo ma prima o poi sarei tornato a casa: aveva ragione. C’è il bisogno di misurarsi con il mondo e poi torni a casa e scopri che quella bellezza che cercavi altrove ce l’avevi a portata di mano! Quello che cercavo altrove l’ho sempre avuto sotto gli occhi: mi mancava solo la chiave giista per leggerlo», Jago ha poi dedicato un passaggio molto intenso anche alla “spiritualità” che permea la sua opera: «Il mio è un lavoro di fede e di fiducia. Partendo da un blocco grezzo, che sia di marmo o di spazio urbano, lo scolpisco seguendo un’idea» Madonna del Popolo diventerà, una volta terminati alcuni necessari lavori di sistemazione, un laboratorio anche per la creazione di nuove opere di Jago «e quando saranno in numero sufficiente ci sarà la loro musealizzazione creando un circuito che coinvolga la città. Ma nessuno fa niente da solo: bisogna sempre circondarsi di persone migliori di sé ed è quello che ho fatto», ha rimarcato l’Artista, per poi aggiungere: «Talvolta, proprio come i musicisti sul Titanic, noi artisti continuiamo a suonare. Ma il fatto che continui ad occuparti del Bello non significa che stai ignorando ciò di drammatico che avviene attorno. Significa che stai creando con la Bellezza un contraltare a ciò di brutto che accade». Il progetto della diocesi è stato seguito in particolare dall’Ufficio per i beni culturali e l’edilizia di culto, diretto da Federica Romiti. Alla conferenza stampa è intervenuto anche il sindaco, Daniele Natalia, assieme all’assessore Carlo Marino. Il primo cittadino ha così annunciato che la vecchia chiesa di Sant’Antonio, anche questa già sconsacrata e oggi auditorium comunale , diventerà parte di un circuito espositivo integrato, ricollegandosi per l’appunto anche con quanto Jago farà a Madonna del Popolo. A proposito di questa chiesa, va detto che il progetto originario porta la firma dell’architetto portoghese Emanuele Rodriguez Dos Santos. Ha ospitato i Padri Trinitari dal 1897 al 1991. Al suo interno, conserva ancora una preziosa pala d’altare del XVIII secolo del pittore Magno Tucciarelli, con una veduta di Anagni che testimonia il profondo legame tra la struttura e il tessuto urbano circostante. CLICCA E GUARDA IL VIDEO DEL SERVIZIO DI RAI CASA ITALIA di Igor Traboni
Il vescovo Ambrogio ai pellegrini della Santissima: «Siate pacifici e pacificatori»

In occasione della festa della Santissima Trinità, nel tardo pomeriggio di sabato 14 giugno il vescovo Ambrogio Spreafico ha presieduto la celebrazione eucaristica al santuario di Vallepietra, davanti ad un migliaio di fedeli, rappresentanza dei circa ottomila che nello scorso fine settimana sono saliti fino agli oltre mille metri del sacro speco, a volte anche con un pellegrinaggio di più giorni a piedi, soprattutto dalle province di Frosinone, Roma e Latina e dal confinante Abruzzo. Pellegrini che il vescovo ha salutato all’inizio della Messa, ringraziandoli per la partecipazione a questa «festa di comunione di vita e di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché il Signore si occupa di noi e ci insegna ad occuparci degli altri e non solo di noi stessi, come invece spesso si fa nella vita». Nel corso dell’omelia, il vescovo di Anagni-Alatri ha subito ripreso proprio il concetto iniziale, dicendo tra l’altro: «La Trinità ci mostra una cosa molto bella: il vivere gli uni per gli altri e con gli altri. Così ha voluto Dio Padre, con il Figlio e lo Spirito Santo, per questo noi ascoltiamo la sua Parola, questa Parola che nella vita della Chiesa è accompagnata dallo Spirito che anima la vita. Ma per vivere in comunione bisogna che la Parola si ascolti. Uno dei grandi problemi del mondo di oggi e che noi non ci ascoltiamo, ognuno si fa gli affari suoi, e quando uno ti vuol parlare, rispondiamo: stringi, che ho da fare. Le famiglie a tavola, a casa, invece di ascoltarsi chattano con il telefonino, qualche volta perfino a Messa ci sono persone che rispondono ai messaggi. Ma così non viviamo bene perché non ci ascoltiamo. Come fai a voler bene ad una persona se non la ascolti, se non capisci chi è, se non ascolti i suoi dolori, le fatiche, le speranze, le attese? Se quando vedi un tuo amico con la faccia un po’ triste ma non gli chiedi cosa ha?». Monsignor Spreafico ha quindi rimarcato l’importanza «della comunione e dell’ascolto: la comunione d’amore si vive ascoltandoci, parlandoci, nella pazienza di capire che in ognuno di noi c’è il bisogno di essere amato», con l’attenzione anche nelle piccole cose: «Se un tuo amico compie gli anni chiamalo, non mandargli solo un messaggio; altrimenti, dov’è l’amicizia, la relazione? Come si fa a far crescere i giovani se non li ascoltiamo, se non proviamo a capire cosa hanno dentro?». Rifacendosi alla prima lettura del giorno, Spreafico ha quindi riecheggiato la bellezza del luogo in cui sorge il santuario della Santissima Trinità «ma tante volte sappiamo capire la bellezza in cui viviamo, come ad esempio abbiamo ridotto male la Valle del Sacco per il denaro, l’affarismo, la corruzione». E qui il vescovo ha ricordato, tracciandone l’esempio, la figura di Floribert Bwana Chui, beatificato domenica 15 giugno (cerimonia cui Spreafico ha preso parte), giovane congolese funzionario doganale e volontario della Comunità di Sant’Egidio che non si fece corrompere a motivo della sua Fede e che per questo fu torturato e ucciso: «Si resiste con il Vangelo e l’amore, l’unica vittoria è l’amore, il resto è perdita: questa è la verità della vita che la Trinità ci dice; se volete essere felici prendetevi cura gli uni degli altri, chi pensa solo a se stesso non sarà mai contento, avrà sempre da lamentarsi, da ridire. Vuoi essere felice? Allora occupati di qualcuno, vai a trovare un vecchio solo nelle Rsa, fai l’elemosina se te la chiedono. Prendetevi cura della vita e di tutti, con rispetto, perché la Trinità ha impresso l’immagine di Dio in ognuno di noi, anche in chi ha fatto il male e che noi dobbiamo aiutare a capire che c’è del bene anche in lui». Il vescovo ha poi esortato a seguire lo Spirito di Dio «che ci deve rianimare, aiutare a cambiare pensieri e sentimenti che talvolta ci portano lontano dagli altri; lo Spirito è speranza. Non dire: ma io cosa posso fare se sono vecchio, se non ho tempo? No, tu puoi essere uomo e donna dello Spirito, aiutare gli altri, vivere in armonia. Questa non è solo una festa bella ma qualcosa c he ci fa vivere, sperare, essere protagonisti del bene per cambiare il mondo e noi stessi. Non cedete mai alla discordia, all’inimicizia: siate pacifici e pacificatori», è stato l’augurio finale rivolto ai tanti pellegrini. E lo straordinario tributo di fede è stato rimarcato anche da don Alberto Ponzi, rettore della Santissima Trinità e presenza instancabile per le migliaia di pellegrini che da maggio a ottobre salgono al monte di Vallepietra.
Comunità locali e cultura: dal caso Trisulti all’intero patrimonio

“Il ruolo delle comunità locali nel governo del patrimonio culturale. Dalla Costituzione alla Convenzione di Faro” èstato il tema del convegno che si è tenuto nel pomeriggio di martedì 3 giugno nella sala-teatro dell’Accademia delle Belle Arti di Frosinone, organizzato dalla stessa Accademia, dalla Rete Trisulti Bene Comune e dalla diocesi di Anagni- Alatri.Al convegno è intervenuto il vescovo Ambrogio Spreafico, che ha relazionato su come le due diocesi a lui affidatehanno interpretato e vivono «questo essere custodi di un patrimonio non solo come singoli, istituzioni, ecc, maall’interno delle comunità. La Convenzione di Faro ha evidentemente a che fare anche con il patrimonio culturaledella Chiesa, patrimonio che ha una valenza complessa perché testimonia di civiltà, di valori culturali, storici ed estetici, ma anche di un ulteriore valore spirituale, per essere veicoli di fede, amicizia, incontro, e che chiama incausa tutti, credenti e no, perché l’arte appartiene a tutti, al di là della propria credenza. Lo spirito della Convenzione mette in primo piano le persone, sollecitando in particolare un’azione dal basso del prendersi cura del patrimonio comune di cultura ed arte, lavorando insieme alle istituzioni preposte. Il patrimonio religioso è realmente uno strumento di dialogo tra le istituzioni, le diverse confessioni religiose e le organizzazioni culturali di un territorio». Dopo aver ricordato l’intesa tra Cei e Ministero dei Beni Culturali, entrata in vigore nel 2005, proprio nell’anno della Convenzione di Faro, il vescovo ha portato alcuni esempi dalle due diocesi: in quella di Frosinone-Veroli-Ferentino sono stati creati gli Istituti culturali diocesani, il museo e i due archivi storici di Ferentino e Veroli e la biblioteca diocesana di Ferentino che si affianca alla Giovardiana di Veroli. E tutto questo «ha in concreto non soltanto comportato la conservazione e la gestione organizzata del patrimonio artistico culturale diocesano, ma ha dato vita a una tenace collaborazione con realtà locali; tutti gli istituti diocesani sono riconosciuti dalla Regione Lazio e grazie al suo contributo abbiamo realizzato interventi di restauro, iniziative di valorizzazione, mostre e interventi edilizi per adeguare al meglio le strutture».La Biblioteca di Ferentino ha inoltre iniziato un progetto di proposte didattiche per le scuole, ha vinto il Bandoregionale “Nati per leggere” ed è una delle poche biblioteche a livello nazionale con una sezione per bambinie ragazzi.La diocesi di Anagni-Alatri «nello spirito di Faro cura i processi di restauro e di valorizzazione dei luoghi e istituticulturali con modalità partecipative»; e qui Spreafico ha citato il percorso verso l’adeguamento liturgico dellaCattedrale di Anagni che ha coinvolto nella fase ispirativa tutti gli organi collegiali della diocesi ma anche associazioni territoriali e le comunità locali. Un altro preciso riferimento il vescovo lo ha fatto ai restauri della Madonna di cera di Sgurgola e a quello in corso della Madonna lignea di Vico nel Lazio, quest’ultima scelta dall’Ufficio nazionale beni culturali ed ecclesiastici della Cei per il progetto “Nel Tuo nome, l’arte parla di comunità”, nell’ambito delle iniziative correlate al Giubileo. Tutti i progetti culturali integrati Maab, come l’ultimo in corso sui luoghi della speranza, sono pensati «come esperienze intergenerazionali, interprofessionali e interdisciplinari, e offerti alle scuole per connettere tutte le componenti della società e far emergere la potente natura relazionale del patrimonio culturale». Dal 2023, inoltre, da quando Spreafico ne è vescovo, la diocesi ha aperto i due archivi e le biblioteche di Anagni e Alatri ed eretto il museo diocesano di Alatri.Nello specifico della vicenda della Certosa è intervenuta l’avvocato Maria Elena Catelli, presidente della ReteTrisulti Bene Comune, l’insieme delle associazioni che hanno affiancato il Ministero dei Beni Culturali nellabattaglia giudiziaria nei confronti della Dignitatis Humanae Institute, cui la Certosa era stata affidata: «La Certosa ètornata così nelle mani dello Stato e si è aperto un nuovo capitolo nel quale le comunità locali possono e devono continuare a dare il loro contributo. Si tratta di un capitolo ancora quasi tutto da scrivere, perché Trisulti prima che monumento è un luogo, un luogo che non è soltanto una storia di pietre, di sassi, di mattoni ma una storia dipersone. Un luogo che raccontandoci del passato, in cui affondano le nostre radici, la nostra cultura, le storie di molte delle nostre famiglie può ancora raccontare il nostro futuro».La Catelli ha poi fatto riferimento al Tavolo, istituito dal Ministero e Direzione Generale Musei, che «dopo unaserie di riunioni che stavano cominciando a dare i primi frutti, si è improvvisamente bloccato. Da oltre 2 anni nonviene riconvocato, e ad oggi a nulla sono valse le nostre richieste in tal senso».E’ quindi intervento il professor Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena che, partendoda una citazione del poeta Friedrich Hölderlin (“Dove il pericolo cresce, c’è anche ciò che salva”) ha ricordato che«a Trisulti è successo tutto quello che poteva succedere, ma c’è stato anche un risveglio civile con pochi precedenti in Italia. E’ stato però un campanello d’allarme: se è successo a Trisulti può succedere anche altrove. E questo ha evidenziato una debolezza dello Stato e una mancata connessione con le comunità civili del territorio». Ma a Trisulti, dove Montanari era salito prima del convegno, «con le sue terrazze e finestre dalle quali “entra” ilpatrimonio, ci sono possibilità straordinarie di recupero. E’ un corpo meraviglioso e ferito che parla del passato ma anche del futuro; una enorme promessa di futuro se viene riconnesso alla comunità. La destinazione culturale è per sua natura inclusiva, è di ciascuno, chi vive nel territorio ha un po’ la “comproprietà” di Trisulti, un luogo dove si percepisce la dimensione della cura». E allora, quale destinazione per la Certosa? Fermo restando il dettato costituzionale sulla tutela del patrimonio cui Montanari ha più volte fatto riferimento, che il recupero spetta allo Stato e che ogni decisione pratica va demandata al Tavolo di cui sopra, Montanari ha chiosato ricordando come «a Trisulti si sperimenta la vita contemplativa, è un polmone da cui si torna più umani: in fondo è Trisulti che cura noi, una casa di tutti, straordinario luogo libero e liberante».Prima delle conclusioni, il vescovo Spreafico ha ripreso la parola per sottolineare che «abbiamo un patrimonio
Pellegrinaggio giubilare interdiocesano: l’omelia del vescovo Ambrogio

Sorelle e fratelli, ringrazio tutti voi per essere qui insieme come pellegrini, che hanno desiderato condividere questo momento così bello: passare la Porta santa di questa Basilica proprio in questo tempo, che ha visto accorrere tanta gente attorno al Successore di Pietro: prima per la morte di papa Francesco e poi per l’attesa e l’elezione del suo successore: Leone XIV. Questa attesa, questa convocazione così numerosa, ci mostra le tante attese del mondo: attese di parole di pace, di speranza, amore. Ero qui anche domenica mattina, quando papa Leone ha dato inizio al suo pontificato. Le sue parole ci richiamano all’essenziale della vita di ogni discepolo di Gesù: un amore che raggiunge tutti. Ha detto: “Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace. Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. Cari fratelli e sorelle, siamo qui per questo: perché si realizzi sempre di più ciò che papa Francesco ci ha chiamato a vivere e che abbiamo cercato di fare nostro nello spirito del Concilio e della Evangelii gaudium: essere una Chiesa in uscita che ascolta tutti e parla a tutti, non delle chiesuole che si accontentano delle loro pur belle tradizioni, senza passione e senza amore. Abbiamo ascoltato nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli la passione di Paolo perché il Vangelo di Gesù morto e risorto potesse raggiungere tutti, al di là di confini religiosi, etnici e geografici. Timoteo, un grande collaboratore dell’Apostolo, era figlio di una giudea credente e di un padre greco, che certo non credeva nel Dio di Gesù Cristo. Eppure Timoteo aveva ascoltato il Vangelo, che lo aveva cambiato e fatto diventare a sua volta missionario, perché il Vangelo cambia la vita e la storia. Sorelle e fratelli: abbiamo anche ascoltato che Paolo ebbe una visione mentre era in Asia Minore: “Era un Macedone che lo supplicava: Vieni in Macedonia e aiutaci!” Era la chiamata a passare un confine, ad andare verso un altro mondo, quello che aprì le porte del Vangelo all’Europa. Andare oltre, superare i confini e i pregiudizi che dividono dagli altri. Quanti mondi non consociamo e non frequentiamo. In questi anni, soprattutto durante il cammino sinodale, abbiamo cercato di incontrare alcuni di questi mondi fuori dalle nostre abituali riunioni e celebrazioni. Ma rimangono altri mondi che non consociamo, che non abbiamo mai avvicinato per pigrizia, abitudine, paura, forse anche per un giudizio negativo. Penso ad esempio ai giovani o agli immigrati della nostra Chiesa, che si vedono così poco nelle nostre comunità. Penso a chi dice di non credere o si è allontanato dalla Chiesa, ma desidera fare del bene e non trova nessuno che gli indichi una strada. Loro ci aspettano, ci chiamano, hanno bisogno di noi, di quel Vangelo che porta luce, pace, amore. Noi lo abbiamo ricevuto. Lo custodiamo e lo celebriamo nelle nostre comunità. La sua parola ci dona felicità, ci da speranza, indica una via di umanità da percorrere ogni giorno. Su questa via incontriamo tanti. Come quel funzionario della regina di Etiopia, di cui ci hanno parlato gli Atti degli Apostoli in questo tempo, che incontrò il diacono Filippo, che si fermò, salì sul suo carro, camminò con lui e lo aiutò a capire ciò che leggeva. Tanti hanno bisogno che qualcuno si accosti loro, salga sul loro carro, cioè si avvicini alla loro vita, per dare risposte alle tante domande, ai dubbi, alle incertezze, al dolore, al pessimismo che segnano spesso la vita. Non dire: non sono preparato, non tocca a me, non ho tempo, non so cosa fare. Sei qui con questo popolo: il Signore ti parla, non tirarti indietro. Gesù ha fiducia in te. Sogna con lui un mondo più umano, pacifico, fraterno! Lo Spirito di Dio ti guiderà e ti insegnerà le parole da dire e i gesti da compiere. E da questo luogo, segno di unità e di comunione attorno alla Cattedra di Pietro, saremo guidati da papa Leone a vivere sempre e ovunque come sorelle e fratelli, insieme, abbracciati dal grande amore di Dio, che non finirà mai. Affidiamoci al Signore, affidiamogli le nostre diocesi e la terra da cui veniamo, il mondo intero, perché il Vangelo della pace vinca l’odio e la violenza, e si torni a vivere in armonia. Ce lo ha ripetuto papa Leone in questi giorni e noi proprio qui ci impegniamo solennemente a viverlo e a condividerlo con tutte le nostre comunità e con il popolo che abita la nostra terra e le nostre diocesi. Lo chiediamo insieme al Signore con la gioia di essere stati raggiunti dalla sua misericordia passando la Porta santa e di avere gustato la bellezza di essere suo popolo, la comunità riunita nel suo nome dallo Spirito Santo in questo pellegrinaggio giubilare. Viviamo allora tutti come pellegrini e missionari di speranza! Amen!
Il vescovo a Tv2000: Le nostre comunità pietre vive di speranza. Leggi l’articolo e rivedi la puntata

Il vescovo Ambrogio Spreafico è stato ospite, mercoledì 21 maggio, della trasmissione “In cammino” su Tv2000, per una puntata sul senso delle comunità, da quelle che festeggiano un certo tratto di vita a quelle nuove. E così si è partiti proprio dalle celebrazioni per i 30 anni di consacrazione della chiesa di Tecchiena Castello, in diocesi di Anagni-Alatri, mentre in collegamento da Torino ha partecipato il vescovo ausiliario Alessandro Giraudo, per dar conto della gioia di una nuova chiesa costruita in località La Loggia. Partendo quindi proprio dalla chiesa di Tecchiena Castello, e in risposta alle domande del conduttore Enrico Selleri, il vescovo Spreafico ha ribadito l’importanza di continuare a custodire le chiese «perché è il luogo dove vive la comunità e la Chiesa tutta vive perché c’è un popolo, qualcuno che la guida e insieme agli altri costituisce un segno molto eloquente, in questo tempo difficile. Nessuno di noi è primo ma siamo fratelli e sorelle davanti al Signore che ci rende una comunione». Il conduttore ha quindi ricordato un passaggio dell’omelia di Spreafico a Tecchiena Castello (“essere comunità oggi è scelta coraggiosa e controcorrente”) e il vescovo ha ribadito il concetto: «Controcorrente perché siamo in un mondo frammentato, dove prima viene “io”, e invece davanti al Signore riscopriamo la bellezza di essere un “noi”, insieme, amici, fratelli e sorelle che condividono un percorso comune, pur nella loro diversità. Questo è un grande segno per il mondo di oggi, un dono che ci viene fatto e che dobbiamo imparare a vivere; ce lo ha detto anche papa Leone nella liturgia di inizio pontificato e poi nel suo stemma: essere in Lui, uniti. E’ una grande cosa, il grande sogno di Dio che noi ci impegniamo a realizzare nelle nostre comunità. La Chiesa oggi è rimasta tra le poche realtà che mostra ancora come è bello essere insieme, essere segno in un contesto, in una storia; non viviamo solo per noi, non dobbiamo fare le “chiesuole”: la chiesa è un luogo che comunica un sentire, una speranza, deve parlare al mondo. E oggi c’è bisogno di un amore che diventa unità, comunione, e che incontra i tanti bisogni di chi fa parte delle nostre comunità, di chi viene bussare alle nostre porte e le nostre chiese devono avere porte aperte alla carità, alla solidarietà. E devo dire che questo c’è in molte nostre comunità». Ma la chiesa di mattoni ha senso se ci sono pietre vive: «Se uno ascolta il Signore che parla, la Parola di Dio rende viva la pietra, ti rende umano il cuore, di fa rispondere agli altri con gentilezza, ascoltare, dialogare, quindi diventi vivo, comunichi il senso della vita. Noi siamo chiamati a comunicare la speranza, è un grande dono che ci viene fatto ogni giorno e che siamo chiamati a comunicare nella vita quotidiana, laddove siamo, a partire dalle nostre comunità». Ma è anche importante che le nostre chiese siano belle, curate, accoglienti, perché, ha rimarcato il vescovo, «un luogo bello richiama la bellezza di Dio che dovrebbe inondare la nostra umanità, renderci capaci di cogliere in ognuno la bellezza, perché in ognuno è immagine e somiglianza di Dio. Pensate: se noi vivendo avessimo un’idea di questa bellezza che vive nell’umanità, nel luogo dove noi siamo, nelle persone che incontriamo, magari nascosta dal male, da sofferenza e fatica. Ma noi siamo chiamata a far emergere la luce di Dio in ognuno. E i poveri sono dei maestri in questo». Riandando alla celebrazione per i 30 anni di Maria Santissima Regina a Tecchiena Castello, il conduttore ha infine chiesto a Spreafico se questi momenti di festa non costituiscono anche un rinnovare l’attaccamento alla propria terra, alla propria chiesa e al proprio Pastore: «Sì, anche perché il Pastore è segno di unità, di comunione e condivisione; siamo pastori perché c’è un popolo, per servire. La Lumen gentium inizia parlando proprio di popolo, poi viene la gerarchia; la rivoluzione conciliare è anche questa. Oggi qualche volta ci fossilizziamo solo su chi viene, ma ci sono tanti che vengono raramente ma sono parte di questo popolo. Come parlare anche a loro, come raggiungerli, come non considerare nessuno estraneo? Ci vuole la pazienza dell’ascolto, di momenti che mettono insieme, che fanno vivere la comunità, che la rendono un popolo di gente che cammina insieme, che si vuole bene, che si dà una mano. Che è il sogno di Dio per l’umanità». di Igor Traboni A questo link potete rivedere la puntata: https://www.play2000.it/detail/18?episode_id=18045&season_id=728
Patrimonio culturale e ruolo delle comunità locali: convegno della Rete Trisulti Bene Comune

Anche il vescovo di Anagni-Alatri, monsignor Ambrogio Spreafico, interverrà martedì 3 giugno (Accademia Belle Arti, Palazzo Tiravanti, Frosinone, ore 18.30) al convegno dal titolo “Il ruolo delle comunità locali nel governo del patrimonio culturale. Dalla Costituzione alla Convenzione di Faro”, organizzato dalla Rete Trisulti Bene Comune. E anche di Trisulti, ma non solo, si parlerà in questo appuntamento che avrà come ospite d’onore il prof. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena e, in collegamento online, Mario Schwetz, direttore della sede italiana del Consiglio d’Europa. Oltre a Spreafico, interverranno Maria Elena Catelli, presidente della Rete Trisulti Bene Comune; Loredana Finicelli, docente di Storia dell’Arte; Loredana Rea, docente di Storia dell’Arte; mentre Stefania Di Marco, direttore dell’Accademia di Belle Arti, porterà i saluti della prestigiosa istituzione culturale frusinate. Modera i lavori la giornalista Paola Rolletta. Ma è interessante vedere come, attraverso i social, la Rete Trisulti Bene Comune presenta le finalità e gli obiettivi di questo incontro: “Il patrimonio culturale è vivo solo se condiviso. La partecipazione delle comunità nella gestione del patrimonio culturale non è un’opzione, ma una necessità. Coinvolgere le persone rafforza il senso di appartenenza, alimenta il rispetto per la storia comune e ne favorisce la trasmissione alle future generazioni. Quando si parla di beni artistici, è fondamentale attivare le comunità locali: solo così si può garantire una cura e una valorizzazione più consapevole e autentica. Spesso, infatti, una gestione centralizzata rischia di essere distante, incapace di cogliere appieno il significato di questi beni, o intrappolata in logiche burocratiche poco funzionali”.
Il vescovo Spreafico e Tecchiena Castello su Tv2000

Mercoledì 21 maggio il vescovo di Anagni-Alatri, monsignor Ambrogio Spreafico, sarà ospite della trasmissione di Tv2000 “In cammino”, in onda alle 19.30 circa, subito dopo la conclusione della Messa. La trasmissione intende seguire il cammino della Chiesa italiana, offrendo spazi di racconto, confronto e dialogo, per condividere le esperienze diocesane più interessanti e approfondire i processi innovativi delle Chiese locali. E proprio su queste direttrici interverrà Spreafico, ovvero sul valore e il significato delle comunità, anche delle più piccole, muovendo dalla celebrazione per i 30 anni della chiesa di Tecchiena Castello, presenziata proprio dal vescovo di Anagni-Alatri il 4 maggio scorso; in trasmissione si parlerà anche dell’apertura di una nuova chiesa a La Loggia (Torino): entrambe le esperienze, in un tempo segnato da sfide pastorali complesse, si presentano come “segno di speranza” per una comunità, perché una Chiesa non è solo un luogo di culto, ma un simbolo vivo di corresponsabilità e partecipazione. Il programma verrà trasmesso anche dalle radio del circuito “In Blu” e si potrà rivedere scaricando l’app Play TV2000. Insieme al vescovo Ambrogio interverrà anche monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Torino. di Igor Traboni
Mille persone a Fiuggi per il convegno della Comunità di Sant’Egidio

Nello scorso fine settimana (sabato 10 e domenica 11 maggio) si è tenuto a Fiuggi un convegno della Comunità di Sant’Egidio, a cui hanno partecipato circa 1000 persone e che si è concluso con la Messa (nella foto) celebrata da monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino. Si è trattato dell’appuntamento annuale che vede ritrovarsi persone provenienti da Roma e da altre città dell’Italia centro-meridionale che vivono lo spirito e gli ideali della Comunità di Sant’Egidio in diversi luoghi, da quello fondativo di Santa Maria in Trastevere a Roma alle periferie di altre grandi città, come Napoli, o di realtà più piccole. E così a Fiuggi in questa due giorni si sono ritrovate tante famiglie, molti studenti – soprattutto universitari – e i cosiddetti “nuovi europei”, tra cui numerosi rifugiati arrivati con i corridoi umanitari organizzati a più riprese dalla Comunità di Sant’Egidio e ora integrati nel nostro Paese, così come migranti che sono già alla seconda generazione: una volta accolte in Italia, queste persone sono rimaste colpite dal valore dell’amicizia e dal percorso spirituale della Comunità. Anche a Fiuggi, tra le presenze più numerose si è segnalata quella siriana, donne, uomini e bambini in fuga dalla guerra che fanno parte di quelle 8000 persone che dal 2016 ad oggi sono arrivate in Italia grazie ai corridoi umanitari, ovvero al progetto che la Comunità di Sant’Egidio ha messo in piedi con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas-Obiettivo e che ha diversi obiettivi: evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; così come di impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre e quindi concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. Oltre che dalla Siria, in tanti sono arrivati così anche dal Corno d’Africa, dalla Grecia, da Cipro, da Gaza e dall’Afghanistan. Ma torniamo all’incontro di Fiuggi: sono due giorni intensi scanditi da momenti di ascolto, confronto, preghiera. Un’occasione dunque per approfondire il messaggio della Pasqua e rinnovare l’impegno di ciascuno per la pace, anche attraverso la costruzione di reti di protezione per i poveri e i fragili. Il filo rosso che ha legato soprattutto i momenti di preghiera e di riflessione è stato quello dell’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus. Sono stati anche proiettati dei video sulla morte e sul pontificato di papa Francesco e sull’elezione di papa Leone XIV. E qui va aperta un’altra parentesi, perché a Fiuggi era presente anche una folta rappresentanza di peruviani che da anni vivono a Roma e che già conoscevano e apprezzavano papa Leone come vescovo di una diocesi di quel Paese latino-americano. Così come l’allora cardinale Prevost ha avuto modo di conoscere ancora più da vicino la Comunità di Sant’Egidio, partecipando, in qualità di Prefetto del Dicastero per i vescovi, alla preghiera per i poveri a Santa Maria in Trastevere il 30 maggio 2023, circa un mese dopo aver lasciato il Perù perché chiamato da papa Francesco al nuovo servizio per la Chiesa universale, recando con sé proprio quell’esperienza missionaria di 20 anni «e una grande conoscenza delle periferie», come sottolineato nel messaggio della Comunità di Sant’Egidio subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. Tanti dunque gli elementi scaturiti dal convegno di Fiuggi, così come preziose le parole di monsignor Spreafico nell’omelia della Messa conclusiva, a sottolineare la bellezza del ritrovarsi insieme in un mondo che ci vede ancora troppo divisi, dove il “noi” non riesce ancora a prevalere su tanti “io” impregnati di egoismo. Eccellente anche la “macchina organizzativa” della Comunità di Roma, con il supporto logistico di quella di Frosinone, curata da don Paolo Cristiano e da vari laici collaboratori, e di Fiuggi. di Igor Traboni (foto tratte dal sito internet della Comunità di Sant’Egidio)
